domenica 27 luglio 2008

La sindrome del burn-out

Visto e considerato che sono appena rientrato da una provvidenziale settimana di agognate quanto meritate vacanze, coglierei l'occasione per parlare di questa particolare sindrome forse ancora poco conosciuta da noi; ma che ha molto a che vedere anche con la professione del medico veterinario e quindi che interessa sia i colleghi (direttamente coinvolti) che i clienti (vittime involontarie di situazioni di malpractice ad essa correlate).

Vediamo dunque cosa si intende per "sindrome del burn-out".
Alcuni autori la identificano con lo stress lavorativo specifico delle helping professions (professioni d'aiuto), altri affermano che il burn-out si discosta dallo stress per la depersonalizzazione, cui esso dà luogo, che è caratterizzata da un atteggiamento di indifferenza, malevolenza e di cinismo verso i destinatari della propria attività lavorativa.
Il burn-out può anche essere inteso come una strategia particolare adottata dagli operatori per contrastare la condizione di stress lavorativo determinata da uno squilibrio tra richieste/esigenze lavorative e risorse disponibili.
Comunque esso va inteso come un processo multifattoriale che riguarda sia i soggetti che la sfera organizzativa e sociale nella quale operano.
Il concetto di burn-out (alla lettera essere bruciati, esauriti, scoppiati) è stato introdotto per indicare una serie di fenomeni di affaticamento, logoramento e improduttività lavorativa registrati nei lavoratori inseriti in attività professionali a carattere sociale.

Questa sindrome è stata osservata per la prima volta negli Stati Uniti in persone che svolgevano diverse professioni d’aiuto: infermieri, medici, insegnanti, assistenti sociali, poliziotti, operatori di ospedali psichiatrici, operatori per l’infanzia, ecc.
Attualmente non esiste una definizione universalmente condivisa del termine burn-out. Freudenberger è stato il primo studioso a usare il termine “burn-out” per indicare un complesso di sintomi, quali logoramento, esaurimento e depressione riscontrati in operatori sociali americani.
Successivamente Cherniss con “burn-out syndrome” definiva la risposta individuale ad una situazione lavorativa percepita come stressante e nella quale l’individuo non dispone di risorse e di strategie comportamentali o cognitive adeguate a fronteggiarla.
Secondo Maslach, il burn-out è un insieme di manifestazioni psicologiche e comportamentali che può insorgere in operatori che lavorano a contatto con la gente e che possono essere raggruppate in tre componenti: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale.

L’esaurimento emotivo consiste nel sentimento di essere emotivamente svuotato e annullato dal proprio lavoro, per effetto di un inaridimento emotivo del rapporto con gli altri.
La depersonalizzazione si presenta come un atteggiamento di allontanamento e di rifiuto (risposte comportamentali negative e sgarbate) nei confronti di coloro che richiedono o ricevono la prestazione professionale, il servizio o la cura.
La ridotta realizzazione personale riguarda la percezione della propria inadeguatezza al lavoro, la caduta dell'’autostima ed il sentimento di insuccesso nel proprio lavoro.
Il soggetto colpito da burn-out manifesta sintomi aspecifici (irrequietezza, senso di stanchezza ed esaurimento, apatia, nervosismo, insonnia), sintomi somatici (tachicardia, cefalee, nausea, ecc.), sintomi psicologici (depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, rabbia e risentimento, alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, indifferenza, negativismo, isolamento, sensazione di immobilismo, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, difficoltà nelle relazioni con gli utenti, cinismo, atteggiamento colpevolizzante nei confronti degli utenti).
Tale situazione di disagio molto spesso induce il soggetto ad abuso di alcool o di farmaci.
Gli effetti negativi del burnout non coinvolgono solo il singolo lavoratore ma anche l’utenza, a cui viene offerto un servizio inadeguato ed un trattamento meno umano.
Dagli studi presenti in letteratura si tratta di una patologia multifattoriale a determinare la quale concorrono variabili individuali, fattori socio-ambientali e lavorativi.

Per l’insorgenza del burnout possono avere importanza fattori socio-organizzativi quali le aspettative connesse al ruolo, le relazioni interpersonali, le caratteristiche dell’ambiente di lavoro, l’organizzazione stessa del lavoro.
Inoltre sono state studiate le relazioni tra variabili anagrafiche (sesso, età, stato civile) e insorgenza del burn-out.
Tra queste l’età è quella che ha dato luogo a maggiori discussioni tra i diversi autori che si sono occupati dell’argomento.
Alcuni sostengono che l’età avanzata costituisca uno dei principali fattori di rischio di burn-out mentre altri ritengono invece che i sintomi di burnout sono più frequenti nei giovani, le cui aspettative sono deluse e stroncate dalla rigidezza delle organizzazioni lavorative.
Tra gli specialisti quelli più a rischio per il burn-out sono quelli che operano nell’ambito della medicina generale, della medicina del lavoro, della psichiatria, della medicina interna e dell’oncologia.
I risultati sembrano quindi indicare una polarizzazione tra “specialità a più alto burn-out”, dove spesso ci si occupa di pazienti cronici, incurabili o morenti, e “specialità a più basso burn-out”, ove i malati hanno prognosi più favorevole.

L’insorgenza della sindrome di burn-out negli operatori sanitari segue generalmente quattro fasi.
  • La prima fase (entusiasmo idealistico) è caratterizzata dalle motivazioni che hanno indotto gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale: ovvero motivazioni consapevoli (migliorare il mondo e se stessi, sicurezza di impiego, svolgere un lavoro meno manuale e di maggiore prestigio) e motivazioni inconsce (desiderio di approfondire la conoscenza di sé e di esercitare una forma di potere o di controllo sugli altri); tali motivazioni sono spesso accompagnate da aspettative di “onnipotenza”, di soluzioni semplici, di successo generalizzato e immediato, di apprezzamento, di miglioramento del proprio status e altre ancora.
  • Nella seconda fase (stagnazione) l’operatore continua a lavorare, ma si accorge che il lavoro non soddisfa del tutto i suoi bisogni. Si passa così da un superinvestimento iniziale a un graduale disimpegno.
  • La fase più critica del burn-out è la terza (frustrazione). Il pensiero dominante dell’operatore è di non essere più in grado di aiutare alcuno, con profonda sensazione di inutilità e di non rispondenza del servizio ai reali bisogni dell’utenza; come fattori di frustrazione aggiuntivi intervengono lo scarso apprezzamento sia da parte dei superiori che da parte degli utenti, nonché la convinzione di una inadeguata formazione per il tipo di lavoro svolto. Il soggetto frustrato può assumere atteggiamenti aggressivi (verso se stesso o verso gli altri) e spesso mette in atto comportamenti di fuga (quali allontanamenti ingiustificati dal reparto, pause prolungate, frequenti assenze per malattia).
  • Il graduale disimpegno emozionale conseguente alla frustrazione, con passaggio dalla empatia all'apatia, costituisce la quarta fase, durante la quale spesso si assiste ad una vera e propria morte professionale.

Morale della favola: consiglio a tutti di interrompere ogni tanto, anche solo per brevi periodi, il lavoro, in particolare quando le pressioni esterne ed il carico di impegni diventano insostenibili, per poter riconquistare nuovamente quell'equilibrio necessario a svolgere le proprie mansioni nel migliore dei modi e con la dovuta professionalità, affinché anche i nostri pazienti innocenti non abbiano a risentirne e soprattutto senza dimenticare le proprie esigenze di riposo psicofisico: in fondo anche noi siamo dei semplici esseri umani...

sabato 12 luglio 2008

Caratteristiche etologiche del coniglio domestico

Molto spesso il coniglio, in misura maggiore di altri animali domestici, viene assimilato ad un pupazzetto di peluche, forse per le sue caratteristiche che, almeno in apparenza, lo fanno sembrare innocuo e docilissimo, e pertanto più maneggevole di altre specie dotate di armi di difesa-offesa che incutono sicuramente più rispetto, anche se le lesioni inferte dai denti del coniglio, soprattutto nei confronti della cute dei bambini, non sono certo banali.
Con questo post pertanto vorrei approfondire, aiutato da un articolo pubblicato dalla collega Lorella Notari, che si occupa appunto di comportamento, le caratteristiche etologiche di questa specie che a volte viene sottovalutata anche da molti veterinari, quanto meno per ignoranza e mancata conoscenza delle peculiarità che distinguono il coniglio da tanti altri pets.
Spero pertanto, con la diffusione di queste nozioni di base, di contribuire ad una migliore conoscenza di questo animale, affinché aumenti il rispetto nei confronti delle sue esigenze biologiche e soprattutto si evitino casi di maltrattamento spesso involontari, ma ugualmente dannosi per la sua salute psico-fisica.

LE FASI DI SVILUPPO

I coniglietti nascono ciechi e glabri e non sono in grado di udire prima di 7 giorni. Sono molto sensibili alle variazioni di temperatura e nel primo periodo dopo la nascita stanno tutti raggruppati nel fondo del nido per mantenere la temperatura ottimale.
Il senso dell'olfatto è già sviluppato alla nascita e consente ai piccoli di sentire la madre quando arriva nel nido per allattare. Uno stimolo olfattivo permette loro di individuare i capezzoli in modo da nutrirsi adeguatamente nel brevissimo tempo che la coniglia passa nel nido.
I coniglietti cambiano capezzolo ogni 30 secondi circa, cambiando posizione 4-5 volte nei 3 minuti in cui la madre è a disposizione per l'allattamento.
Quando la coniglia se ne va i piccoli urinano (senza bisogno di essere stimolati dalla madre come accade nei neonati dei gatti e dei cani) e tornano nel fondo del nido, al caldo.

Questo tipo di routine si protrae per tutta la prima settimana alla fine della quale i coniglietti cominciano a sentire, ad aprire gli occhi e a ricoprirsi di pelo.
Dopo la prima settimana cominciano ad avere più controllo degli arti e a 12 giorni possono fare tentativi di arrampicarsi e scavare.
Già a questa età è possibile vedere le coniglie che allattano all'esterno, vicino all'uscita del nido.
A circa 18 giorni i coniglietti cominciano a muoversi all'esterno del nido esplorando l'ambiente circostante per ritornare immediatamente al sicuro al minimo rumore o movimento insolito.
A circa 24 giorni la madre smette di allattarli e raggiunge gli altri componenti del suo gruppo sociale.
Anche i coniglietti raggiungono il gruppo e diventano sessualmente maturi a circa 4 mesi anche se il loro sviluppo scheletrico si completa a 9 mesi. (McBride, 1988, Balasini, 1995)

IL COMPORTAMENTO SOCIALE

I conigli selvatici vivono in territori la cui ampiezza varia a seconda del numero di individui.
Un territorio ampio può contenere una colonia di alcune dozzine di individui divisi in gruppi sociali ognuno dei quali contiene da 2 a 8 adulti, maschi e femmine.
I gruppi più numerosi sono formati in maggioranza da femmine e i piccoli nati nel gruppo sono tollerati finché non raggiungono la maturità sessuale, a circa 4 mesi.
I maschi adulti diventano sempre più aggressivi nei riguardi dei giovani i quali possono venire scacciati dal gruppo.
Questo accade soprattutto ai giovani maschi mentre è più facile che le femmine restino nel loro gruppo sociale originario.

I giovani maschi scacciati dal gruppo di origine possono raggiungere altri gruppi o addirittura cambiare colonia e territorio.
Ci sono anche dei maschi che non appartengono a nessun gruppo, anziani scacciati da conigli più giovani o conigli di meno di un anno che non hanno ancora trovato un gruppo.
Ogni membro del gruppo ha una posizione sociale che rispetta un ordine gerarchico in cui gli animali dominanti hanno autorità su quelli sottoposti.

Una posizione di dominanza consente di avere accesso per primi al cibo migliore, ai rifugi e alle femmine in estro.
Le femmine dominanti scelgono i luoghi migliori per l'accoppiamento.
La gerarchia fra maschi è di tipo lineare con il maschio A che domina il B che domina il C e così via.
I maschi dominanti tendono ad essere i più anziani e forti del gruppo.

Le femmine tendono ad essere più tolleranti fra loro e le femmine di grado inferiore alla femmina dominante coesistono pacificamente.
Durante la stagione della riproduzione però, ci possono essere liti violente con morsi anche letali per contendersi il privilegio di occupare un determinato spazio per fare il nido e partorire.
Ogni gruppo difende il proprio territorio, le cui dimensioni dipendono dal numero di conigli in quell'area, dal numero dei componenti del gruppo e dalla disponibilità di cibo.
I componenti di ogni gruppo frequentano anche un spazio più ampio detto "home range" che però non difendono. Gli home ranges dei diversi gruppi possono sovrapporsi.

Lontano dalla stagione riproduttiva l'intensità del comportamento di difesa del territorio diminuisce e i rapporti gerarchici tendono a essere meno rigidi.
È proprio in questo periodo che i giovani maschi vengono accettati nel gruppo.
A ogni nuova stagione riproduttiva si può assistere alla formazione di nuovi gruppi.
Spesso un nuovo gruppo parte da due soli individui, un maschio e una femmina.
La femmina concorre maggiormente alla creazione dei sistema dei cunicoli sotterranei mentre il maschio si occupa di difendere il territorio.
La difesa del territorio avviene con la deposizione delle marcature e con l'attacco nei riguardi di ogni intruso.

I conigli hanno un senso dell'olfatto molto sviluppato e gli odori costituiscono il più importante mezzo ci comunicazione.
Sia i maschi che le femmine hanno ghiandole poste sul mento e sotto la coda che producono feromoni. Questi feromoni portano informazioni riguardanti il sesso, lo stato riproduttivo e la posizione gerarchica. Probabilmente contengono anche altre informazioni di cui ancora non conosciamo il significato.
Il coniglio maschio usa questi feromoni per marcare il territorio strofinando il mento sul terreno e su oggetti sporgenti come cespugli, rami, recinti.

Anche gli altri membri del gruppo vengono marcati e questa marcatura può essere messa in atto sia strofinando le ghiandole del mento sia spruzzando urina.
Le ghiandole anali sotto la coda sono più sviluppate nel coniglio maschio e la loro secrezione feromonale viene depositata sul territorio con le feci.
Queste feci con feromoni vengono disperse o lasciate in cumuli su prominenze nel terreno allo scopo di comunicare il proprio controllo del territorio a conigli non appartenenti al gruppo.

Questi cumuli di feci detti "latrine" oltre che segnalare una sorta di confine servono anche aumentare il senso di sicurezza dei conigli residenti.
I conigli dominanti marcano l'intero territorio, gli altri solo parti di esso.
Se un coniglio di un altro gruppo invade il territorio e c'è un incontro fra maschi l'invasore può o ritrarsi e marcare il proprio territorio con urina oppure fare atto di sottomissione nei riguardi del coniglio residente.

Questo atto di sottomissione consiste nello sdraiarsi con il corpo aderente al terreno e le orecchie appiattite all'indietro contro la testa. Allo stesso tempo il coniglio residente mette in atto delle "dimostrazioni" di dominanza continuando ad avvicinarsi, mordicchiando l'erba , strofinando il mento o scavando insistentemente.
Se "l'invasore" non si ritrae né fa atto di sottomissione ci sarà una lotta.
Anche le lotte sono spesso ritualizzate con inseguimenti e colpi al terreno con le zampe (McBride, 1988)

IL COMPORTAMENTO SESSUALE

I conigli possono raggiungere la maturità sessuale a circa 4 mesi di età (o più avanti, a seconda delle razze).
La femmina produce ovuli in maniera continua e se non avviene l'accoppiamento gli ovuli rimangono nei follicoli ovarici e degenerano, venendo poi sostituiti da altri.
Gli ovuli maturano in 2 giorni e le coniglie sono in estro per tre giorni su sette; l'ovulazione è indotta dall'accoppiamento (ovulazione provocata): ciò vuol dire che ogni accoppiamento è a colpo sicuro, ovvero produrrà una gravidanza.

Dopo la gravidanza, che dura circa 30, giorni la femmina ritorna fertile dopo solo 12 ore.
Questo ad eccezione delle fasi iniziali e finali della stagione riproduttiva.
La coniglia infatti viene definita poliestrale stagionale (come la gatta) per cui può andare in calore più volte nell'arco di una stessa stagione. Va però considerato che tale stagione è altamente dipendente dalle condizioni ambientali e in genere il tasso di ovulazione è più basso in autunno.
Questa stagionalità infatti è in gran parte legata al periodo di illuminazione in quanto le coniglie che vengono sottoposte continuativamente a un periodo di illuminazione di 16 ore accettano il maschio e ovulano tutto l'anno.

Il corteggiamento dei conigli è relativamente semplice e durante la stagione degli accoppiamenti il maschio cerca attivamente quante più femmine possibile.
Quando il maschio trova una femmina che gli interessa la insegue per molto tempo rimanendo a una distanza di 5 metri o più dietro di lei.
Poi si avvicina gradualmente assumendo una posizione particolare, con le zampe rigide le a coda ritta in alto e procede in circolo o sfila avanti e indietro.
Spesso la femmina appare indifferente e continua a mangiare e qualche volta il maschio le passa accanto, ruota il posteriore e le spruzza dell'urina addosso.
Questo comportamento ha luogo molto velocemente, con il maschio praticamente in movimento. Normalmente la femmina rimane indifferente e si scuote appena o decide di allontanarsi.
La chiave del successo dell'accoppiamento può essere la perseveranza del maschio.
La femmina interessata finisce per sdraiarsi accanto al maschio con le orecchie all'indietro.

Questo comportamento è un segnale per il maschio che comincia a strofinarsi contro di lei, a leccarle le orecchie e ad annusarla.
Non necessariamente questi approcci portano all'accoppiamento perché anche a questo stadio sia il maschio che la femmina potrebbero perdere interesse ed allontanarsi.
Una femmina che desidera accoppiarsi in genere lo dimostra agitando la coda in risposta alla coda solleva "a bandiera" del maschio.
L'atto dell'accoppiamento vero e proprio è brevissimo, pochi secondi.
Il maschio abbraccia la coniglia con le zampe anteriori, spesso afferrandola con i denti.
Dopo l'eiaculazione il coniglio perde momentaneamente conoscenza e cade al fianco della femmina (McBride,1988, Balasini, 1995).

IL COMPORTAMENTO MATERNO

La gravidanza della coniglia dura circa 30 giorni e negli ultimi giorni (da 2 a 8 giorni prima del parto) prepara il nido per i nascituri.
In natura questo nido viene scavato all'interno delle gallerie del gruppo oppure a parte, sempre nel territorio del gruppo, creando un tunnel con una sola entrata e a fondo cieco.
La coniglia riempie il nido con erba secca e foglie e poi le spiana prima di ricoprirle con il suo soffice pelo, che si strappa dall'addome e dai fianchi.
Le coniglie che vivono in gabbia fanno anch'esse il nido usando il materiale che hanno a disposizione e il loro pelo.
I piccoli nascono ciechi e glabri, la madre li pulisce leccandoli e mangia il cordone ombelicale e la placenta.

In questa fase può capitare, raramente, che la madre addenti parte del corpo dei piccoli uccidendoli o mutilandoli.
Questo comportamento sembra più frequente nei conigli domestici, in madri giovani e in situazioni di stress ambientale.
Alla fine della pulizia dopo il parto la madre allatta i coniglietti e poi si allontana.
All'uscita dal nido chiude l'entrata con della terra se vive allo stato selvatico, con il materiale che ha a disposizione nel caso della coniglia domestica.

La madre torna ad allattare i coniglietti solo ogni 24 ore, solitamente durante le ore notturne, e rimane nel nido circa tre minuti.
La copertura dell'uscita del nido e il breve e saltuario allattamento sono strategie per evitare che i predatori possano trovare i piccoli.
Sembra che alcune coniglie domestiche allattino invece più frequentemente (Mc.Bride, 1988, Balasini, 1995)

PRINCIPALI PROBLEMI DI GESTIONE E COMPORTAMENTALI

La gestione del coniglio come animale da compagnia stimola riflessioni aggiuntive rispetto alla gestione del coniglio a scopo economico.
La convivenza a stretto contatto con la famiglia umana implica che il benessere dell'animale venga preso in maggior considerazione e che il suo stato di disagio desti una maggiore attenzione da parte dei proprietari.

GESTIONE: RICOVERO, STIMOLI AMBIENTALI, ALIMENTAZIONE, STERILIZZAZIONE

La gabbia del coniglio deve essere spaziosa quanto basta per poter contenere un rifugio coperto, una cassettina dove deporre le deiezioni e uno spazio sufficiente perché l'animale possa muovere liberamente qualche passo.
I periodi di libertà in casa non suppliscono alla mancanza di spazio nella gabbia che rimane il luogo dove in generale il coniglio passa la maggior parte del tempo.
Arricchimenti ambientali utili in questa specie sono cunicoli dove infilarsi (tubi in plastica o di cartone), oggetti da far muovere con il muso, scatolette di cartone da esplorare…

Il coniglio è un animale sociale e quindi la compagnia di un altro animale, della stessa specie o no, giova al suo benessere.
Se si decide di adottare una coppia di coniglietti è consigliabile scegliere due femmine o un maschio ed una femmina in modo da ridurre al minimo il rischio di litigi, molto più frequenti fra i maschi.
L'introduzione in casa entro le 12 settimane di età favorisce il successo della convivenza sia con l'uomo che con altri animali.

Il coniglio è in grado di ricavare da cibo di basso valore nutritivo la massima quantità di energia. Una caratteristica di questa specie è la re-ingestione di una parte del materiale fecale che viene recuperato direttamente dall'ano e ingerito.
La parte di feci che viene ingerita è diversa dalle restanti feci emesse: è più soffice e ricoperta di muco e viene chiamata ciecotrofo.

Se dovessimo immaginare la vita di un coniglio selvatico dal punto di vista alimentare, vedremmo che questo animale passa la maggior parte del giorno nei cunicoli sotterranei dedicandosi frequentemente all'attività di recuperare parte delle sue feci e ingerirle.
Il tempo passato in superficie, per lo più nelle ore di luce scarsa, è quasi interamente impiegato a mangiare la maggior quantità possibile di vegetali, spesso di scarsa qualità nutritiva.
Questa intensa attività digestiva ed alimentare è una parte importantissima nell'equilibrio psicologico oltre che fisico del coniglio.

Il coniglio da compagnia viene spesso alimentato con mangimi ad alto valore nutritivo (pellettati) e che possono venire ingeriti velocemente e senza fatica, molti dei quali vengono proposti commercialmente come alimenti ideali.
Questa abitudine alimentare può creare vari ordini di problemi sia fisici che comportamentali. Dal punto di vista fisico l'obesità e l'eccessiva crescita dei denti - non sufficientemente impegnati nel lavoro di triturazione dei foraggi freschi o essiccati - vanno sicuramente a discapito della salute dell'animale.

Dal punto di vista psicologico se il tempo dedicato all'alimentazione è troppo breve si può incorrere in problemi di nervosismo e aggressività perché un corretto impegno nel triturare lentamente il fieno - che dovrebbe essere sempre l'alimento di base - costituisce un esercizio naturale e appaga un bisogno comportamentale fondamentale per il coniglio.
Considerati i notevoli cambiamenti di temperamento del coniglio nel periodo dell'accoppiamento, soprattutto il maschio ma anche la femmina, la sterilizzazione prima dei 4 mesi è assolutamente consigliata in entrambi i sessi.

Particolarmente se ci sono bambini in casa - eventualità molto frequente perché il coniglietto è un pet molto amato dai bambini - la sterilizzazione è un precauzione doverosa soprattutto nei maschi che posso diventare mordaci o spruzzare urine.
E' sconsigliato tenere insieme due maschi o due femmine non sterilizzati, e altrettanto vale per un maschio e una femmina, a meno di non volere un numero altissimo di piccoli! (Gismondi, 1997, McBride, 1998)

EDUCAZIONE A SPORCARE

Per evitare che il coniglietto sporchi in casa quando lasciato libero, sarà necessario evitare per i primi due giorni di lasciargli libero accesso all'esterno della gabbia.
In questi primi due giorni si potrà abituarlo a sporcare in un angolo della gabbia, preferibilmente in una cassettina a bordi bassi (per esempio un sottovaso rettangolare) che andrà riempita con brandelli di giornale e sarà utile aggiungere un poco di carta imbevuta dell'urina del coniglio ( che avrà sicuramente fatto in precedenza durante il trasporto) e una piccola quantità di feci.

Per invogliare l'animale a iniziare a sporcare proprio in quel punto si può sistemare la rastrelliera del fieno in modo che debba stare nella lettiera quando mangia: in questo modo la probabilità che inizi a sporcare nel posto giusto aumenta.
Il coniglietto lascerà comunque delle feci sparse nella gabbia per autorassicurarsi nel nuovo ambiente (una piccola quantità di feci verrà sempre dispersa nella gabbia).
Quando la lettiera verrà pulita sarà utile lasciare del materiale con urine e qualche pallina di feci per stimolare il coniglio a mantenere l'abitudine di sporcare nella cassettina (McBride, 1998).

martedì 8 luglio 2008

La storia di Shams o della crudeltà umana

Oggi vorrei raccontarvi un poco la mia storia, visto che non avrò mai più il piacere di incontrarvi in carne ed ossa, poiché non abito più su questa terra dalla notte del 24 giugno scorso…
Non so da dove iniziare perché, anche se la mia vita è stata piuttosto breve, in ogni caso è stata davvero intensa.
Inizierò dalla mia infanzia dunque…
La mia esistenza è cominciata i primi giorni di un tiepido aprile di due anni orsono, in un vivaio in quel di Velletri, una ridente cittadina in provincia di Roma, proprio all’interno di una serra, sapete quelle case di vetro piene di piante, dove si sta al calduccio e riparati da tutte le intemperie?
Ebbene mia madre ha avuto la brillante idea di scegliere quella come nursery dove far crescere me e i miei fratellini, in un ambiente protetto e tranquillo!

Poi un bel giorno, in una calda giornata di luglio, sono arrivati dei signori da Roma, e dopo aver giocato con me, che mi ero allontanato da mamma e fratelli, mi hanno letteralmente prelevato e caricato con loro all’interno di una specie di casetta con le ruote, coccolandomi un sacco e sostenendo che in questo modo mi avrebbero salvato da morte certa, perché di sicuro prima o poi qualcuno mi avrebbe investito!
All’epoca non avevo idea cosa significassero quelle parole, ma ero contento di poter viaggiare per la prima volta in vita mia, e figuratevi poi la gioia quando seppi che mi avevano portato a Roma!

In casa dei miei salvatori abitavano altre due gatte, ma più grandi di età: una diceva di essere di razza siamese e si dava un sacco di arie e l’altra era nera come una pantera, molto più modesta; ma totalmente asociale!
Io ho provato a giocare con ognuna di loro, ma di tutta risposta ho ricevuto solo zampate e soffi…che gran maleducate!
Così il mio salvatore mi ha riservato una stanza tutta per me, con tutte le mie cose…

Dopo un paio di giorni trascorsi nella mia nuova casa di città (anche se iniziavo a sentirmi un po’ in prigione) mi hanno portato in un ospedale per animali, dove mi hanno esaminato dalla testa alla coda: devo dire che non è stato molto piacevole; ma tutti dicevano che era per il mio bene e alla fine della visita ho rimediato pure qualche croccantino!
Il mio salvatore, il quale si diceva preoccupato dall’accoglienza non proprio carina che le sue due micione mi avevano riservato, disse al dottore che avrebbe voluto trovarmi una sistemazione più adeguata perché al momento era costretto a tenermi recluso in una stanzetta, così quello ha detto che sarebbe stato disposto a prendermi con sé nella sua casa con giardino, dove avrei potuto crescere in piena libertà…

Detto fatto: l’indomani mi ritrovai in questa nuova sistemazione, ben felice di poter correre dove mi pareva e piaceva.
Avevo anche come compagnia un altro essere peloso di nome Penny, che all’inizio non fece propriamente scintille per il mio arrivo; ma ben presto diventammo amiconi, trascorrendo parecchio tempo assieme e condividendo momenti felici.

Mi ricordo che la cosa che più mi piaceva della mia nuova abitazione era un albero di visciole dove amavo arrampicarmi per osservare tutto quanto tra i suoi rami, riuscendo a raggiungere da lì pure il tetto di una casetta di legno per i miei appostamenti e poi un pergolato di kiwi, che mi divertivo a percorrere avanti e indietro, in bilico tra rami e foglie: mi ricordava proprio l’ambiente di origine!

Insomma era una pacchia potersi divertire senza limiti e cacciare un’infinità di prede, dagli uccellini ai topini, dalle lucertole a mille insetti, e spesso mi offrivano pure dei giochini comprati apposta per me, come una costruzione tutta traforata attraverso cui infilarmi e sulla cui sommità era sistemato un tiragraffi in corda, con appeso ad un filo penzoloni un topolino che sembrava quasi vero e che mi divertivo a far volare con delle possenti zampate, acciuffandolo poi al volo!

Certo preferivo le prede vive che riuscivo a catturare con le mie zampette e dopo ore di appostamento, ma a quanto pare la cosa turbava parecchio il mio papà adottivo, perché ogni volta che mi beccava sul fatto liberava il frutto delle mie faticose cacce prima ancora che riuscissi a papparmelo!
Purtroppo non fu sempre tutto rose e fiori e così cominciò ben presto l’età delle responsabilità: a parte un collarino con tanto di campanellino, con cui dovetti abituarmi a convivere e che dicevano serviva per sapere dove mi cacciavo ogni volta, ho dovuto subire tutta la trafila che ogni gatto civilizzato oggigiorno conosce bene, dai vaccini ai trattamenti antiparassitari sino al temutissimo intervento di sterilizzazione.

Ma per il resto non potevo davvero lamentarmi: avevo cibo a volontà, potevo uscire ed entrare da casa come mi pareva, c’era un giardino tutto per me e un sacco di attività attraverso le quali potevo dar libero sfogo alla mia curiosità e ai miei istinti felini.
Mi ricordo che una volta rischiai di perdere la vista, perché nello scendere da un fitto albero di alloro, mi conficcai il ramo di un rovo in un occhio e fu davvero dura resistere a tutte le medicazioni che mi fecero, soprattutto perché faceva un male cane ogni volta; ma alla fine l’occhio guarì e tutto tornò a posto.

La preoccupazione più grande dei miei nuovi genitori adottivi era che finissi investito (ancora? Ma era una fissa!), perché affermavano che se fossi uscito sulla strada non avrei avuto scampo e sarei finito sotto le ruote di qualche Tir..
Mah! Non capisco ancora oggi dove fosse il problema.
Per quale motivo sarei dovuto uscire su quella strada trafficata e rumorosa, quando avevo tutta la natura a mia disposizione?

Potevo persino fare il giro da dietro e saltando la rete di confine col giardino dei vicini, raggiungere i campi che si trovavano alle spalle delle case, dove incontravo un sacco di amici mici, nottambuli come me, per poi rientrare in casa dalla terrazza e permettermi il lusso di qualche spuntino a qualsiasi ora, visto che avevo il dispenser sempre pieno di ottimo cibo secco.
E poi nel giardino confinante c’erano sempre nuovi gattini con cui giocare, anche se ogni tanto sparivano senza salutarmi…
Poi qualche giorno fa ho capito perché; ma troppo tardi per dare l’allarme e avvisare gli amici del pericolo in agguato.

Mentre ero impegnato in uno dei miei soliti pattugliamenti notturni, ho sentito un gran trambusto e il rumore di uno sparo a cui seguì improvvisamente un gran dolore su un fianco e prima di perdere conoscenza ho visto un grosso buco nella mia pancia, attraverso cui fuoriuscivano sangue e organi pulsanti, poi mi ricordo solo una specie di nebbia che mi avvolgeva.
Al mio risveglio ho visto una persona che ho riconosciuto essere quell’odioso ometto grassoccio, pelato e bilioso del vicino, con a tracolla un fucile, che mi toglieva il collarino e trascinava via il mio corpo senza vita.
Non potevo credere a tutte quelle strane sensazioni che si stavano impadronendo di me: mi sentivo incredibilmente leggero e felice, ma completamente distaccato da tutto e da tutti.

Mi dispiace solo una cosa, ovvero di non aver fatto in tempo a salutare Penny e i miei amici umani a cui mi ero così affezionato, tanto più che li ho sentiti chiamarmi per giorni e giorni senza sosta, e la cosa peggiore è che non vorrei che si fossero messi in testa strane idee sul mio conto: mi irriterebbe parecchio se mi credessero così stupido da essermi fatto investire!
Dove sono adesso è tutto molto più semplice: non ho mai fame e mi diverto tutto il giorno con un sacco di anime che come me non sono più schiave di un corpo, anche se a dire la verità un po’ mi mancano le rotolate nell’erba con quella mattacchiona di Penny e le serate trascorse sul divano a farmi accarezzare, mentre ronfavo beatamente.

Ma ormai io non ho più fretta e sono disposto ad aspettare tutto il tempo necessario per poterli incontrare nuovamente e raccontargli cosa mi è successo e perché sono sparito nel nulla…