martedì 20 maggio 2008

Il tipo gioviale

In italiano l'aggettivo "gioviale" sembra mediato direttamente dall'astrologia, in quanto ricalca a pennello tutte le caratteristiche tipiche del comportamento ispirato da questo pianeta, almeno per quanto riguarda due delle tipologie più semplici e comuni.
Infatti, così come gli altri pianeti già trattati, anche Giove ha tre posizioni preferenziali, dove si esprime al meglio: i due domicili, primario e base, rispettivamente Sagittario e Pesci, e la sede dell'esaltazione, ovvero il Toro.
Avremo pertanto tre sfumature differenti attraverso cui il pianeta esplica il suo influsso.


Il gioviale-sagittariano forse è, tra le tre tipologie, quella più caratteristica.
Qui infatti il pianeta è al massimo della sua forza dilatante ed espansiva, il che denota lo stretto legame che intercorre tra le dimensioni notevoli dal punto di vista astronomico di questo corpo celeste e una delle principali funzioni che è chiamato a ricoprire.

Ciò si traduce spesso anche in una corporatura di tutto rispetto che rende gli appartenenti a questo tipo tendenzialmente alti e robusti e comunque senz'altro dei personaggi che difficilmente passano inosservati sia dal punto di vista fisico che caratteriale, infatti di solito occupano molto spazio fisico, il che si associa oltretutto al carattere da colonizzatore del segno, che lo spinge alla conquista continua di nuovi territori, traducendo così nei fatti la spinta dilatante del pianeta.


Altra simbologia del pianeta che esplode nel gioviale-sagittariano è quella di parola: molto spesso infatti basta la presenza di Giove nel nono segno zodiacale per suggerire una loquacità irrefrenabile, a patto che non venga leso da aspetti che limitano la necessità d'espressione del pianeta.

Da sottolineare che la parola del gioviale sagittariano è tendenzialmente didascalica, come vuole la simbologia della casa cosignificante, che esprime il valore dell'insegnamento a livello superiore, liceale e universitario (dove predilige le lingue straniere, la filosofia o la teologia e lo studio delle religioni).

Nell'espressione del suo candido surplus energetico questo tipo tende ad invadere bonariamente, attraverso la comunicazione, lo spazio altrui senza però mai mettersi in dubbio.
Il giovial-sagittariano insomma è convinto di sapere ottimisticamente tutto in partenza, anche se ciò non corrisponde alla realtà (anche perché gli riesce molto difficile ascoltare, al contrario del mercuriale); e pur ignorando come funziona un rubinetto o una pialla, è pronto a dare consigli sia all'idraulico che al falegname.
Ma in compenso lo farà in un modo talmente semplice e disarmante, perché (nonostante la sua invadenza) rimane un buono di fondo, che difficilmente ci sarà qualcuno che si prenderà la briga di fargli notare che nessuno aveva richiesto la sua opinione...

La stessa bontà d'animo la ritroviamo pure nel gioviale-taurino, dove però tale temperamento risulta ulteriormente addolcito dalla presenza di Venere, con la sua serena affettuosità.
La tendenza fondamentale di questo temperamento è il desiderio di vivere in pace con se stessi e con gli altri, in un clima di tolleranza e di distensione.

Per ottenere tale risultato egli è pronto ad ingoiare molti bocconi amari senza reagire, anche grazie alla sua infinita pazienza, e ciò può trarre in inganno parecchi osservatori superficiali, che lo scambiano per un fessacchiotto, mentre è solo un incassatore che, da un momento all'altro, può esplodere.
La parola, simbologia di Giove, così ridondante nel Sagittario, si attenua di molto nel placido Toro; mentre la lingua e l'attiguo palato balzano alla ribalta nel loro valore di strumenti del gusto.

Giove insomma è legato alla bocca, ma a seconda delle sue collocazioni se ne serve in diversi modi.
Il gioviale taurino dunque, anziché parlatore inarrestabile, è un ottimo buongustaio: gli piace mangiare bene, adora la buona tavola e i cibi genuini.
Ecco quindi l'edonismo gioviale tradursi qui nella soddisfazione dei piaceri materiali ed il vitalismo in una possessività divorante, anche dal punto di vista morale.
La sua oralità si esplica altresì frequentemente in un desiderio di possesso per i beni duraturi e visibili.

Poiché la vista è un'altra delle simbologie del pianeta, particolarmente espressa dal Toro-casa seconda, si spiega dunque la passione di questo tipo per "i beni al sole" ovvero i beni immobili: case, terreni, fattorie.
Al contrario del tipo precedente però non va in cerca di spazi lontani, bensì tende a dilatare i propri possedimenti attorno ad un nucleo centrale, come avviene per la lievitazione della pasta del pane: preferisce cioè acquistare via via i poderi dei vicini e gli appartamenti dei coinquilini, anziché comprare una casa all'estero.
Nutre invece una diffidenza contadina per il denaro liquido e ha orrore per le speculazioni finanziarie e per le tasse che gli piovono addosso dall'opposta casa ottava-Scorpione.

Quali di queste caratteristiche sagittariane o taurine rimangono vive nel gioviale-pescino?
Ad un esame superficiale quasi nessuna o comunque molto poche: l'espansività estroversa si attenua anche perché qui troviamo ad affiancarlo la morbida e sospirosa Luna assieme a Nettuno, fortissimo nei Pesci molto più che nel Sagittario, che aggiunge una nota di instabilità all'insieme, andando a complicare notevolmente il quadro.
L'avventura diviene qui fuga dal normale, dalla banalità, dalla quotidianità e spesso nella fantasia, nella solitudine, nel diverso, nel misticismo o nelle sconfinate dimensioni dell'universo.
Di conseguenza questo terzo tipo gioviale perde gran parte della bontà e del calore affettivo dei due precedenti, però diventa un gran sentimentale, il che a volte è molto più comodo.

Supponendo ad esempio che un' ipotetica signora X abbia avuto un dispiacere di cuore e le sia necessario conforto, riceverà dalle tre amiche "gioviali" che andassero a trovarla tre tipi differenti di aiuto: la gioviale-taurina infatti le metterà subito a posto casa e le preparerà un manicaretto da far resuscitare i morti col suo solo profumo; la gioviale-Sagittario, convinta che le ci voglia un bel viaggio per cambiare aria e rimediare alla delusione, arriverà con un mazzo di volantini turistici e offrirà di tasca sua all'amica in lacrime una favolosa crociera, senza nemmeno chiedersi se soffra il mal di mare.
La gioviale-Pesci infine si installerà con la sfortunata amica del cuore sul divano più comodo e, facendosi raccontare nei dettagli la sua triste storia, vi si immedesimerà a tal punto che consumerà assieme a lei una confezione intera di kleenex!
Il tutto per spiegare che in questo tipo il mondo delle emozioni la fa da sovrano; ma sono le stesse emozioni così intense a sottrarre alla gioia di vivere tipica del pianeta quella solida piattaforma di semplicistico buon senso offerta invece ai due tipi precedenti, facendo scivolare l'ottimismo tipico del pianeta verso timori indistinti che lo spingono a trincerarsi dietro ad un atteggiamento più difensivo che espansivo.

Costretto a dubitare che la realtà sia solo quella offerta alla conoscenza dai cinque sensi, questo tipo di gioviale, a causa di una perenne insoddisfazione di fondo, si proietta verso la vaghezza dell'infinito e cerca sollievo in un mondo fatto di fantasie e di languidi sospiri, proprio per sfuggire ad una realtà che non gli piace o che non riesce ad accettare.
Per essere uno dei tipi gioviali appena descritti non basta avere il Sole o l'Ascendente in Sagittario, Toro o Pesci, né possedere una casa nona, seconda o dodicesima molto rappresentate; ma bisogna avere anche un Giove stimolato e sollecitato positivamente.
Un Giove leso al contrario determina spesso un comportamento scontroso, introverso, con sfumature di grettezza e con manifestazioni esteriori abbastanza caratteristiche.

Infatti chi ha un Giove disastrato nel proprio tema natale di solito si riconosce facilmente per almeno uno dei seguenti atteggiamenti:
-si lamenta sempre di quello che ha (anche se ha molto) ed è perennemente assillato da angosce incomprensibili a quanti possono giudicare obiettivamente la sua reale condizione;
-si siede al tavolo del ristorante con un senso di fastidio dichiarando categoricamente di non tollerare questo o quel tipo di alimento;
-fa spesso smorfie, torce la bocca o si nasconde la bocca con le mani, o si rosicchia le unghie;
-ha una smania forsennata di far denaro come se dovesse essere sempre in procinto di morire di fame o di cadere in disgrazia. Il che ovviamente ne pregiudica la stessa felicità.
A tal proposito è interessante notare come quasi sempre i grandi ricchi abbiano un Giove mal messo e non, come verrebbe spontaneo pensare, il contrario, proprio perché invece chi ha un bel Giove si accontenta e gode serenamente di quel che ha e non passa di certo il tempo a cercare di recuperare con ogni mezzo una felicità giudicata sempre insufficiente e mai raggiungibile!

domenica 18 maggio 2008

Cani e Gatti a confronto in Italia e in Europa

Recentemente sono stati pubblicati i dati di un'indagine della Royal Canin tesa a rilevare la diffusione sul territorio nazionale ed europeo degli animali da compagnia ed i numeri relativi all'entità della spesa media sostenuta dalle famiglie che li possiedono.
Vorrei qui condividerli con voi e riflettere su alcuni dati che sono emersi da tale indagine.


Diffusione di cani e gatti
Per quanto riguarda la differenza tra cani e gatti in Italia, grossomodo sovrapponibile a quella rilevata da precedenti indagini, è confermata la supremazia dei felini sui canidi, sebbene di poche misure: infatti sembra che sul territorio italiano i gatti che vivono in casa siano 6,7 milioni, contro i 6,4 milioni di cani (e, anche se in piccolo, il sondaggio che ho effettuato sul blog sembra coincidere con tale dato: 61% gatti contro 57% cani).

Tra i cani, quelli di razza sarebbero il 20% del totale, ovvero circa 1.300.000; mentre i gatti di razza in confronto sono molti di meno, ovvero circa il 12% del totale (il Persiano è la razza più diffusa) contro la prevalenza (attorno all'88%) del nostro comune gatto europeo.

Famiglie che possiedono animali
Interessante è poi la percentuale di famiglie italiane che possiedono un cane, ovvero il 22,3% (in ciò siamo molto vicini alla Spagna, col suo 23%), mentre ci supera di gran lunga la Francia con un 28,5%; ma siamo più avanti di Gran Bretagna (19,6%), Olanda (18%), Grecia (17%) e soprattutto della Germania, fanalino di coda con il suo 13%.
Per quanto riguarda invece la presenza di famiglie italiane che possiedono almeno un gatto, la percentuale si attesta attorno al 20,5%, e quindi siamo al secondo posto dopo la Francia (col suo 25,6%) seguiti subito dopo, quasi a pari merito, da Gran Bretagna(19,6%) e Olanda (19%), la Germania è penultima col suo 14%, mentre a quanto pare gli altri due paesi mediterranei Grecia e Spagna sono in coda rispettivamente con 15% e 13%!

Spesa media a famiglia per animale domestico
Come diffusione di animali domestici siamo tra i paesi europei quelli che in media sembriamo amare di più la loro presenza in casa; ma abbiamo un dato negativo, al contrario di quanto vorrebbero farci credere le varie riviste patinate: ovvero siamo tra quelli che spendiamo di meno per la loro salute (sia per la loro alimentazione che per le cure veterinarie).
Da questo punto di vista infatti balza in cima alla classifica la Gran Bretagna, che sicuramente per cultura e tradizioni è notoriamente il paese europeo con la
maggiore sensibilità per quanto riguarda la considerazione del benessere dei nostri animali domestici.

Ovviamente essendo la Royal Canin una ditta che si occupa di alimentazione, si è preoccupata di valutare principalmente questa voce nel considerare la spesa media mensile; ma sappiamo che questo dato è direttamente correlato alle altre spese, comprese quelle veterinarie.
Ecco allora che emergono delle differenze eclatanti e che purtroppo non ci fanno onore: se una famiglia inglese infatti spende in media al mese per il proprio cane 14,02€, quella tedesca 10,61€ e quella francese 7,64€, la famiglia italiana solo 3,27€ dunque in questo siamo in linea (negativa) con gli altri due paesi mediterranei: Spagna(3,94€) e Grecia (2,67€).

Un po' meglio vanno le cose per i gatti; ma rimaniamo sempre abbastanza indietro rispetto a quella che è la media dei paesi nord-europei: infatti se Gran Bretagna e Germania occupano i primi posti con i loro rispettivi 16,49€/mese e 13,23€/mese, l'Italia con i suoi 6,28€/mese, si colloca appena al terzultimo posto, subito prima cioè di Grecia (3,43€/mese) e Spagna (4,71€/mese).


Altri dati interessanti
Un altro dato emerso da questa indagine è che possedere un cane o un gatto non è correlato al reddito: infatti cani e gatti sono più diffusi presso le famiglie meno abbienti e più numerose (il 63,5% sono composte da più di 5 persone) e meno in quelle con figli minorenni (46,7%) o con un alto grado di istruzione del capo famiglia (47,2%).

Fra i singles sono in testa i trentenni (circa il 70%), e tra questi gli uomini (63%).

Il gatto, com'è noto, risulta essere più amato dalle donne (la quota raggiunge il 41% nella fascia d'età compresa tra i 30 e i 60 anni).
Inoltre esso risulta più presente rispetto al cane, nella famiglie meno numerose (singles=36%) o composte da due persone (35%).

La regione che ha una più alta percentuale di famiglie con almeno un cane o un gatto è la Sardegna (72,5%), seguita dal Veneto (65,5%), la Toscana (66,5%) e il Friuli Venezia Giulia (67,8%).

Conclusioni
Da questi dati emerge che il nostro è un paese in cui la cultura e la sensibilità per quel che riguarda i nostri animali domestici è nettamente in crescita e lascia ben sperare per il futuro.
Di sicuro questi ultimi anni la crisi economica che ha caratterizzato l'Italia ha pesantemente e negativamente inciso sull'evoluzione e lo sviluppo della spesa per quelle che sono le esigenze dei nostri pets; ma a giudicare dall'enorme diffusione degli animali nelle famiglie italiane, possiamo prevedere che la loro integrazione nella vita quotidiana porterà ad una sempre crescente attenzione per i loro bisogni e ad una conseguente evoluzione nel rapporto uomo-animale, all'altezza dei più alti standard europei.

martedì 13 maggio 2008

Parassitologia: l'Ehrlichiosi canina

L'Ehrlichiosi è una malattia parassitaria trasmessa dalle zecche del cane (Rhipicephalus sanguineus e Dermacentor variabilis) e causata da un "batterio" Gram negativo, parassita endocellulare obbligato, identificato come Ehrlichia canis, appartenente alla famiglia delle Rickettsiaceae (anche se la sua classificazione ancora è incerta, giacché sembra collocarsi, per le sue caratteristiche peculiari, a metà strada tra i virus e i batteri).

Perché la trasmissione del parassita avvenga però la zecca deve rimanere attaccata almeno per 48 ore di seguito alla sua vittima.
Esso si moltiplica unicamente nel citoplasma delle cellule mononucleate dell'organismo (ovvero monociti, macrofagi, linfociti ematici e cellule del sistema reticolo-istiocitario di fegato, milza, e linfonodi).


La zecca è il serbatoio naturale di Ehrlichia: basti pensare che la durata di vita del vettore si aggira attorno ad 1 anno e mezzo, che un adulto di zecca può sopravvivere senza nutrirsi per ben 19 mesi e che può continuare a trasmettere i batteri al cane nei 155 giorni successivi al pasto di sangue infetto.

Quando una zecca infetta (ninfa o adulto) morde un altro cane, nella sede d'infissione della zecca stessa si crea un forte flusso di cellule infiammatorie mononucleate, che favorisce la disseminazione delle ehrlichie nell'intero organismo del cane.

Bisogna ricordare inoltre che un'altra modalità con cui avviene la trasmissione della malattia sono le trasfusioni di sangue da donatori infetti, per cui sarebbe opportuno che il donatore venisse periodicamente testato per questa ed altre malattie infettive prima di ogni prelievo (in questo le attuali normative che regolano le trasfusioni nei nostri animali hanno finalmente colmato un pericoloso vuoto giuridico).

L'Ehrlichiosi canina è una malattia diffusa in tutto il globo, diagnosticata principalmente nelle aree tropicali e subtropicali, così come in quelle al di sotto del 45° parallelo di latitudine dell'emisfero settentrionale.
La malattia è endemica e prevalente in USA, America centrale, America meridionale, isole Caraibiche, Europa meridionale, Africa, Medio Oriente e Asia, Cina inclusa.
In Giappone è stata descritta solo occasionalmente; mentre l'Australia sembra esserne esente.

Tale distribuzione geografica corrisponde a quella del vettore principale, ovvero R. sanguineus.

Clinicamente l'Ehrlichiosi classica prevede tre forme: acuta, subclinica e cronica.


-La forma acuta inizia dopo 2-3 settimane circa dall'infezione e si caratterizza per la presenza di febbre alta e letargia (due sintomi abbastanza aspecifici); ma altri sintomi sono associati alla replicazione e alla diffusione del parassita nell'organismo: scolo oculo-nasale, anoressia, debolezza, dimagramento e aumento di volume dei linfonodi.

In questa fase, che in genere tende a risolversi spontaneamente in 2-4 settimane, ci sono solo lievi alterazioni di laboratorio: tromobocitopenia (diminuzione delle piastrine), leucopenia (diminuzione dei globuli bianchi) e anemia (calo dei globuli rossi).

-La forma subclinica o subacuta è un'infezione della durata variabile tra 1 e 4 mesi, che apparentemente non dà sintomi evidenti, se non un vago malessere, anzi il peso del cane si normalizza e lo stato febbrile si risolve; a volte questa condizione può persistere per anni e ci sono casi in cui il cane riesce persino ad eliminare da solo il microrganismo; come unica alterazione potremmo avere lievi cambiamenti dei parametri ematici, per quanto riguarda la conta delle piastrine e dei globuli bianchi.

In questa forma l'animale potrebbe diventare un portatore sano dell'infezione.

Quando però le difese immunitarie per un qualsiasi motivo dovessero subire un calo, come in caso di stress o per la presenza di altre malattie concomitanti, allora l'infezione può manifestarsi gravemente in forma iperacuta e in alcuni casi anche dopo anni, esitando in un'emorragia fatale (soprattutto quando intervengano cause autoimmuni).

-La forma cronica si caratterizza da dimagramento (il cane si presenta cachettico), aumento di volume dei linfonodi (linfoadenopatia) e della milza (splenomegalia), e comparsa di edema degli arti e dello scroto.
Inoltre, conseguentemente ad un'alterazione del midollo osseo, si ha una pancitopenia, ovvero un drammatico calo di tutte le cellule del sangue.

Infine possono comparire anche segni neurologici (convulsioni, atassia, iperestesia, anisocoria, ecc.), dovuti principalmente ad una meningite infiammatoria o emorragica e in alcuni casi una zoppia, con andatura rigida dovuta a poliartrite (da emartro o immunomediata).
La gravità della malattia dipende da vari fattori, come dalla giovane età dell'animale colpito, dalla patogenicità superiore di alcuni ceppi del parassita rispetto ad altri, dalla presenza contemporanea di un'altra patologia, dalla razza del cane (p.es.: il pastore tedesco sembra essere più sensibile).

La diagnosi di questa malattia viene di solito formulata sulla base di una combinazione di più segni: reperti clinici (febbre, emorragie, dimagramento, zoppie, segni neurologici e oculari) ed alterazioni di laboratorio, sia ematologiche (trombocitopenia, anemia non rigenerativa, leucopenia o pancitopenia) che sierologiche (iperproteinemia, iperglobulinemia, ipoalbuminemia, aumento di ALT e ALP).

Alla base dell'alterazione principale di questa malattia, ovvero della diminuzione delle piastrine (trombocitopenia) e/o del cattivo funzionamento delle stesse (piastrinopatia), vi è la risposta umorale (immunitaria) stimolata dalla stessa ehrlichia.
I Linfociti B attivati che si differenziano in plasmacellule, infatti, rilasciano un fattore che inibisce la migrazione delle piastrine e, come se non bastasse, producono anche anticorpi anti-piastrinici che ne determinano la distruzione. Per conseguenza vengono ad essere alterati o inibiti i meccanismi di aggregazione e adesione delle piastrine e quindi la formazione del coagulo, dando luogo ad emorragie anche in assenza di una conclamata piastrinopenia.


Nei cani con emorragie si consiglia comunque l'emotrasfusione (20ml di sangue fresco/pro Kg di peso del cane oppure 10ml di plasma arricchito con piastrine/pro Kg di peso del cane).
Ovviamente per fare una corretta diagnosi bisogna differenziare questa malattia da altre che danno luogo a sintomi simili cioè febbre, anemia o emorragie (babesiosi, intossicazione da pesticidi, avvelenamenti da rodenticidi, anemie autoimmuni, leishmaniosi, ecc.).

Purtroppo la diagnosi citologica, ovvero tramite l'osservazione al microscopio dei microrganismi grazie ad uno striscio ematico (con l'identificazione delle caratteristiche morule all'interno dei monociti) rappresenta un metodo diagnostico inaffidabile, anche perché è possibile solo nei primi 5 giorni dall'infezione e comunque il numero di cellule che li contiene è sempre limitato.
Ecco dunque che appare fondamentale ricorrere alla sierologia (ELISA e IFI) e alla biologia molecolare (PCR) se vogliamo essere certi della sensibilità e della specificità del metodo diagnostico a nostra disposizione.

Normalmente un cane viene diagnosticato come sieronegativo se il titolo anticorpale specifico è inferiore a 1/40, lievemente positivo se quest'ultimo è compreso tra 1/40 e 1/80, moderatamente positivo se tra 1/160 e 1/320 ed infine fortemente positivo se uguale o superiore a 1/640.

Ma ciò non basta: infatti occorre contemporaneamente monitorare anche la sieroconversione delle proteine plasmatiche, tramite l'elettroforesi.


Per quanto riguarda la terapia diciamo subito che fortunatamente disponiamo di un farmaco efficace rappresentato dalle tetracicline, la cui attività batteriostatica permette all'organismo di reagire adeguatamente dal punto di vista immunitario; ma perché ciò avvenga, la terapia dovrà essere proseguita per almeno un mese senza interruzioni, pena il rischio che il microrganismo sviluppi resistenza nei confronti dell'antibiotico stesso.

Ma indubbiamente la prevenzione rimane, come sempre, la misura più efficace e alla portata di tutti per evitare che si rischi di arrivare troppo tardi anche con la terapia (dato che non sempre si riesce a diagnosticare per tempo la malattia).
Certo sarebbe meglio che nessuna zecca si attaccasse al nostro cane; ma nell'eventualità, appena individuata sarebbe preferibile rimuoverla nel più breve tempo possibile (secondo le indicazioni dell'ultimo post).

E dunque noi veterinari non ci stancheremo mai di sottolineare l'importanza di effettuare con costanza i trattamenti antiparassitari esterni usando prodotti efficaci nei confronti delle zecche che, contrariamente a quanto si crede, ormai rappresentano un rischio durante tutto l'anno, senza distinzione tra una stagione e l'altra; questo purtroppo è dovuto proprio ai cambiamenti climatici tuttora in corso e che stanno portando ad una vera e propria tropicalizzazione delle temperature anche alle nostre latitudini.

Il mio consiglio è quello di chiedere sempre al proprio veterinario di fiducia di segnare il prodotto più indicato per il tipo di vita che conduce il vostro animale (se convive con un gatto, ad esempio, ce ne sono alcuni tossici per questa specie), per la sua età e la sua taglia, anche perché stiamo parlando di sostanze potenzialmente tossiche e che quindi vanno sapute maneggiare, per evitare di commettere errori per troppa superficialità, di cui poi potremmo pentirci.
In ogni caso i trattamenti, per essere davvero efficaci, devono essere ripetuti con regolarità, ovvero almeno ogni 20 giorni.

domenica 11 maggio 2008

Pericoli derivanti da Animali Velenosi

Dal momento che stiamo andando incontro all'estate e nei prossimi giorni, complici le belle giornate, saremo tutti invogliati a trascorrere sempre più tempo all'aperto, in compagnia dei nostri beniamini, volevo trattare i pericoli che dobbiamo conoscere per salvaguardare noi stessi e i nostri animali, quando, lasciatoci alle spalle il nostro comodo e arcinoto mondo cittadino, ci avventureremo in qualche amena località marittima o nella natura "selvaggia" delle nostre campagne o nei nostri parchi.
Quelli di cui si parlerà qui di seguito infatti sono tutti animali che abitano il nostro bel paese e quindi sarebbe utile conoscerli meglio, proprio per sapere come comportarci nel caso avvenga di incrociarli, o peggio, di subire il loro attacco...
Molti di essi posseggono ghiandole del veleno che secernono sostanze di cui si servono per paralizzare o uccidere le prede prima di cibarsene o per difesa contro i predatori.Pur non essendo di regola aggressivi, se vengono calpestati o disturbati, o se avvertono la presenza di un intruso, uomo o animale che sia, come minacciosa per la prole, si difendono mordendo o pungendo ed inoculandogli il liquido velenoso. Questo agisce di solito localmente (per lo più come necrotizzante), ma in alcuni casi può anche provocare un avvelenamento generale. I più noti, tra gli animali velenosi, sono scorpioni, ragni, api, vespe, centopiedi e serpenti, ma anche formiche, farfalle (nello stadio larvale di bruchi), e numerosi animali marini possono recare danno a chi, casualmente, venga a contatto con loro.


ANIMALI MARINI

Numerosi e zoologicamente diversissimi sono gli animali marini che possono infliggere all'uomo danni dovuti alle sostanze velenose di cui sono provvisti per la cattura delle prede e/o per la difesa.
Per quanto riguarda i Celenterati, è ben noto come il contatto con i tentacoli delle meduse presenti nei nostri mari provochi lesioni orticarioidi lineari dolorose, ma di breve durata.

Queste lesioni sono dovute a scariche di nematocisti, cioè di strutture capsulari filamentose contenenti sostanze ad azione orticante e/o tossica che vengono emesse da cellule specializzate (cnidoblasti) dei tentacoli.
Anche le attinie (anemoni di mare) possono essere causa di reazioni cutanee orticarioidi.

Ecco che cosa fare se vi capita un incontro con queste creature marine:

1)-Sciacquatevi!
Sciacquate immediatamente l'area dolorante con acqua salata; non usate acqua dolce, che attiverebbe le cellule urticanti non ancora rotte. Per la stessa ragione, non sfregate la pelle.

2)-Neutralizzate le cellule urticanti.
Alleviate il dolore sciacquando l'area con una delle sostanze indicate di seguito.
Prima agite meglio è.
Ma anche in questo caso il sollievo può durare solo un'ora o due, quindi riapplicate il liquido quando occorre;
Alcol - distribuite dell'alcool sulle zone interessate. Anche se è meglio usare l'alcol denaturato, potete usare vino, liquori o qualsiasi altro liquido alcolico che abbiate sottomano;
Aceto - si raccomanda di mettere aceto sulla lesione appena potete. Non sarebbe male portarsi una bottiglia di aceto ogni volta che andate in spiaggia;
Ammoniaca - anche l'ammoniaca è efficace. Un vecchio trucco delle popolazioni marine è tamponare la zona con l'urina della persona lesionata.

3)-Se ci sono tentacoli attaccati alla pelle è il momento di toglierli.
Però, naturalmente, non toccateli con le mani nude. Usate una di queste tecniche:
- Proteggetevi le mani con un panno o un tovagliolo di carta;
- usate della crema da barba e radete via i tentacoli con dolcezza;
- se questo non è pratico, applicate una pasta di sabbia ed acqua salata; poi grattate via i tentacoli con un coltello, una carta di credito di plastica o qualche altro strumento affilato;
- potete anche applicare una pasta di bicarbonato e acqua di mare, procedendo poi come sopra.

4)-Curare i sintomi.
Provvedete al bruciore e all'infiammazione con medicinali specifici:
- dare sollievo alla pelle bruciante con degli antistaminici;
- ridurre il gonfiore con una crema all'idrocortisone;
- se il dolore persiste prendere un antidolorifico.


Alcune centinaia di specie di Pesci sono provviste di aculei o spine connessi a ghiandole produttrici di sostanze irritanti che, se inoculate nella cute umana, sono responsabili di dolore acuto, edema e, a volte, necrosi circoscritte.

E' il caso di vari pesci comuni nei nostri mari (razza, pesce-ragno, pesce-gatto, scorfano, etc.).

RETTILI

Gli unici serpenti velenosi presenti in Italia appartengono al genere Vipera (famiglia Viperidae), con le seguenti quattro specie:

  • Vipera aspis (aspide o vipera comune): lunga 55-65 cm, si rinviene su tutto il territorio nazionale, ad esclusione della Sardegna.
  • Vipera berus (marasso palustre): lunga 50-60 cm, appare abbastanza uniformemente distribuita in tutta l'Italia settentrionale, dalla pianura alla zona alpina.
  • Vipera ammodytes (vipera dal corno): lunga fino a 90 cm, il suo areale sembra limitato al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia ed al Bellunese, con massima densità sull'altopiano del Carso.
  • Vipera ursinii (vipera di Orsini): lunga 50 cm, vive in Abruzzo, quasi esclusivamente sul versante orientale del Gran sasso.
In realtà, nel nostro paese è presente anche un altro serpente velenoso, diffuso in tutta l'Europa meridionale:
è il colubride Malpolon monspessilanus (colubro lacertino o di Montpellier), lungo circa 2 metri.

Il suo veleno è teoricamente pericoloso, ma la posizione dei denti veleniferi è così arretrata da renderne pressoché impossibile l'inoculazione nell'uomo e negli animali di grossa taglia.
Va ricordato che le vipere sono rettili molto schivi e che, nei confronti dell'uomo e dei grandi animali, l'azione del mordere non ha un significato aggressivo ma difensivo.
In effetti, il morso velenoso è l'unica arma realmente efficace di cui esse dispongono per la sopravvivenza, essendo troppo lente negli spostamenti per sottrarsi ai nemici con la fuga e possedendo inoltre un udito molto debole (ma a quest'ultima carenza sopperiscono in parte con una fine percezione delle vibrazioni del terreno all'avvicinarsi sia delle possibili prede che dei potenziali nemici).
L'efficacia del morso è dovuta alla sua fulmineità ed al perfetto sincronismo tra la penetrazione dei denti veleniferi nei tessuti della vittima e l'inoculazione del veleno.
Da quanto si è detto emerge comunque che, se nei luoghi in cui l'incontro con le vipere è ritenuto possibile ogni persona osservasse alcune elementari norme di prudenza, il rischio di subire il morso di questi animali sarebbe molto remoto.

Il veleno dei serpenti, secreto da due ghiandole preposte a questa specifica funzione, ciascuna delle quali connessa da un dotto a un dente velenifero canalicolato e spesso articolato, è costituito da un complesso di molecole proteiche, enzimatiche e non, e di tossine polipeptidiche. Queste ultime, a seconda della prevalente azione tossica esplicata da una o più di esse, conferiscono al veleno un suo proprio profilo di tossicità. Così, ad esempio, mentre nel veleno di cobra prevalgono le neurotossine, che agiscono rapidamente sul sistema nervoso ed in particolare sul centro respiratorio, per cui la vittima va incontro ad insufficienza respiratoria e può soccombere per asfissia, le emotossine del veleno di vipera o di crotalo agiscono sull'apparato cardiovascolare, danneggiandone soprattutto la componente capillare, sulle cellule del sangue e sul sistema emocoagulativo.

Il morso della vipera - oltre al dolore, sempre intenso - provoca un cospicuo edema nella regione offesa (la sede del morso è identificata dalle ferite pressoché puntiformi lasciate dai denti veleniferi del rettile). In molto casi si formano alcune flittene, mentre è meno frequente la comparsa di necrosi ed emorragie.
Una sintomatologia sistemica con cefalea, malessere generale, astenia, polso irregolare, abbondante sudorazione, etc. non manca quasi mai e può prolungarsi, attenuandosi lentamente, per un paio di giorni. Nei casi a decorso più grave, non frequenti nel nostro paese, si aggiungono più marcati segni di cardiotossicità, manifestazioni emorragiche, torpore e, a volte, shock irreversibile. Il laboratorio ha dimostrato, qualche volta, il tipico pattern della coagulazione intravascolare disseminata (DIC).

SCORPIONI

Sono aracnidi (subphylum Chelicerata, ordine Scorpionida) diffusi nelle zone tropicali, subtropicali e temperate di tutti i continenti.
Se ne conoscono circa 800 specie.
Vivono in nascondigli umidi - per lo più sotto i sassi, nei muri di pietra o in gallerie poco profonde scavate nel terreno - dai quali escono di notte per catturare le prede (insetti, ragni, altri scorpioni, etc.) di cui si nutrono.
Sull'ultimo segmento caudale presentano un aculeo (detto velenifero) collegato a due ghiandole del veleno, con il quale pungono la preda e le inoculano il liquido ad azione paralizzante.
Le loro dimensioni, non sono correlate, in termini di proporzionalità, all'intensità dell'effetto tossico.

In Italia vivono poche specie del genere Euscorpios, praticamente inoffensive per l'uomo.
Nella maggior parte dei casi gli effetti della loro puntura sono paragonabili a quelli della puntura di un vespide in un soggetto normosensibile.

RAGNI

Anche i ragni, come gli scorpioni, sono aracnidi (subphylum Chelicerata, ordine Araneae) presenti in quasi tutti gli habitat del pianeta, dai deserti alle paludi ed alle foreste, dalle pianure fertili all'alta montagna, e così via.
Delle oltre 40.000 specie conosciute, solo poche sono temibili per l'uomo a causa del loro veleno, anche perché hanno in prevalenza abitudini notturne e sono in genere molto schive.
Si nutrono soprattutto di insetti, che possono catturare attivamente (ragni vaganti) oppure servendosi di tele fisse (ragni sedentari).
La specie di maggiore interesse sanitario appartiene al genere Latrodectus.
La tristemente nota "vedova nera" (il cui nome scientifico è Latrodectus mactans), è un ragno assai velenoso diffuso più che altro in America, ma nel nostro paese si rinviene una particolare sottospecie di vedova nera (L. mactans tredecimguttatus), nota anche come "malmignatta" o "ragno volterrano", che vive di preferenza in campagna, tra i sassi e le sterpaglie, spesso attorno ai campi di grano, per cui sono soprattutto i contadini ad essere vittime occasionali del suo morso, che però non produce quasi mai le più gravi conseguenze imputabili al suo parente americano.

La vedova nera nostrana, di circa 1 cm, di colore nero lucido, con corpo globoso e - come indica il suo stesso nome - tredici piccole macchie rosse sulla superficie dorsale dell'addome, è più comune in Maremma, in Liguria, nel meridione d'Italia e nelle isole, dove spesso le popolazioni locali lo identificano erroneamente come "tarantola" e dove alcuni dei sintomi provocati dal suo morso (gli spasmi muscolari e l'agitazione) si ricollegano alla tradizione magico-religiosa del "tarantismo" e, forse, anche a quella ludico-popolare della "tarantella".

Il nome "tarantola" andrebbe invece attribuito ad un altro ragno, Lycosa tarentula, di dimensioni molto maggiori (fino a 3 cm), presente in gran parte delle regioni italiane ma più diffuso nelle stesse zone predilette dalla vedova nera, che vive in campagna, nei campi o attorno ad essi, ed il cui morso, debolmente velenoso, non procura quasi mai danni significativi.

Altro ragno velenoso diffuso in tutto il mediterraneo e quindi anche nel nostro paese è il cosiddetto ragno violino (Loxosceles Rufescens) le cui dimensioni si aggirano tra gli 8 e i 10 mm, di abitudini notturne, lo si rinviene anche nelle nostre abitazioni (sotto le tegole dei tetti, nei solai e negli sgabuzzini), dato che predilige luoghi antropizzati; ma anche in edifici quali granai, stalle, fienili o garages; all'esterno vive di preferenza sotto tronchi, rocce isolate o cataste di legna. Normalmente non è aggressivo: morde solo se calpestato o disturbato e allora il suo morso causa edemi, necrosi ed ulcerazioni alle parti colpite, sintomi generalmente accompagnati da febbre, malessere ed esantema eritematoso generalizzato. A queste manifestazioni possono aggiungersi gravi complicazioni sistemiche quali anemia emolitica, emoglobinuria, ematuria, ittero, febbre alta con implicazioni del sensorio, con esito mortale nel 4% dei casi. Nei casi registrati la patologia dovuta al morso si è finora manifestata con necrosi cutanee più o meno estese; in un singolo caso una necrosi di lieve entità era accompagnata da linfangite (infiammazione acuta dei vasi linfatici sottocutanei, di solito provocata dallo Streptococcus pyogenes).

Altre specie che si rinvengono nei giardini e nelle abitazioni del nostro bel paese, quali:


il ragno minatore (Segestria fiorentina), così chiamato per la prerogativa di costruirsi una tana di seta tubolare orizzontale utilizzando anfratti di varia natura come sostegni portanti,

il ragno crociato (Araneus diadematus), per la tipica disposizione del corpo a riposo, con gli arti a formare una X,

il ragno zattera (Dolomedes fimbriatus) che predilige ambienti acquatici e di abitudini diurne,

ma soprattutto varie specie di Tegenaria (ragno delle case),
possono anch'esse occasionalmente aggredire, quando molestate o intrappolate; ma senz'altre conseguenze che un dolore lieve e fugace nella sede del morso.

ZECCHE

Anch'esse fanno parte della classe degli aracnidi (poiché dotate di 4 paia di zampe); ma al contrario dei loro parenti, precedentemente trattati, sono ectoparassiti temporanei (raramente stazionanti), che si nutrono di sangue (ematofagi) dallo stadio di larva a quello di adulto, e che possono aggredire, oltre a molti altri vertebrati, anche l'uomo.
In Italia, le specie identificate sono Ixodes ricinus, I. gibbosus, I. hexagonus, Haemaphysalis punctata, H. sulcata, Dermacentor marginatus, Rhipicephalus sanguineus e Hyalomma marginatum, appartenenti al gruppo delle zecche "dure" (Ixodidae).
Nelle abitazioni sono invece state rinvenute le specie Argas reflexus, A. persicus, A.transgariepinus e Ornithodoros coniceps (Argasidae), dette zecche "molli".
Le zecche del primo gruppo sono definite "dure" perché presentano un ispessimento della cuticola (scudo dorsale rigido che copre tutto il corpo del maschio e solo la parte anteriore di quello della femmina), che invece è totalmente assente nel secondo gruppo.

Le zecche pongono un problema speciale perché affondano il rostro nella pelle e non mollano più la presa.
Tirarla fuori a forza lascia attaccato il rostro che può provocare un'infezione.
La puntura delle zecche è diversa da quella degli insetti: la saliva inoculata digerisce i tessuti provocando la rottura di capillari ematici e linfatici, e relativa formazione dei c.d. laghi ematici; questa digestione è rapida nel caso delle zecche "molli" e più lenta per quelle "dure".
Si produce quindi un danno locale di tipo traumatico, specialmente quando si tenti di rimuovere il parassita mentre si nutre (le Ixodidae producono anche un "manicotto ialino" che le aiuta a fissarsi meglio sull'ospite durante il lungo pasto di sangue).
Numerose specie hanno particolare importanza in quanto vettrici di patogeni responsabili di malattie gravi ed a volte letali quali tularemia, febbri ricorrenti, malattia di Lyme, febbri maculose, febbre bottonosa, febbre Q, ehrlichiosi, encefaliti, babesiosi, theileriosi, etc.

La specie Ixodes ricinus riveste notevole importanza epidemiologica per la duplice circostanza di essere implicata nella trasmissione di numerosi agenti patogeni e di avere un'ampia diffusione sia in Europa (con un areale compreso tra le regioni più meridionali di Norvegia, Svezia e Finlandia a nord, la regione maghrebina a sud, le coste bagnate dall'Atlantico ad ovest e la catena degli Urali ad est), sia in Italia, dove è stata segnalata in quasi tutte le regioni, ma con frequenza tendenzialmente decrescente da quelle settentrionali a quelle meridionali (in queste ultime risulta spesso sostituita da un'altra specie: I. gibbosus).
E' la rickettsiosi oggi la più frequente patologia trasmessa, in Italia, principalmente dalla zecca del cane (Rhipicephalus sanguineus) all'uomo.

Il maggior serbatoio dell'infezione è di certo il cane, ma altre possibili fonti sono rappresentate da roditori, bovini e ungulati selvatici. L'agente eziologico è Rickettsia conori.
La malattia è più comune d'estate e lungo i litorali (soprattutto delle isole maggiori).
La diagnosi è orientata all'anamnesi (permanenza in zone di endemia) e dal riscontro di una tipica ulcerazione nerastra (tâche noire) in corrispondenza della puntura della zecca, localizzata per lo più agli arti inferiori.
Il decorso, caratterizzato da febbre elevata e da un esantema maculo-papuloso, è in genere benigno se diagnosticato per tempo e può essere abbreviato da un tempestivo trattamento antibiotico.

Le zecche, che possono essersi infettate attraverso pasti di sangue consumati su specie animali anche molto lontane dall'uomo (selvatiche), sono spesso in grado di trasmettere tali microrganismi alla prole.
In generale, si può affermare che le zecche "molli" sono maggiormente legate alla trasmissione delle febbri ricorrenti da spirochete, mentre quelle "dure" sono vettrici di una più vasta gamma di agenti infettanti (spirochete, rickettsie, altri batteri, virus, protozoi e nematoidi).
Questi artropodi, inoltre, mentre si nutrono, concentrano il sangue succhiato eliminando acqua ed ioni residui attraverso la saliva (Ixodidae) o le ghiandole coxali (Argasidae). Sembra che ciò renda alcune Ixodidae (Dermacentor, Ixodes) capaci di inoculare con la saliva anche sostanze neurotossiche di origine ovarica, in grado di provocare la cosiddetta paralisi da zecche, una paralisi ascendente acuta di tipo flaccido, che può anche essere mortale.

L'unico sistema valido per per far mollare la presa alla zecca è quello delicato, quindi tiratela fuori sempre con dolcezza: prendere un paio di pinzette, afferratela nel punto di innesto cutaneo (quindi molto vicino alla testa) ed estraetela con un movimento contemporaneamente di trazione e di rotazione. Non tirate troppo bruscamente, altrimenti rischiereste di lasciare il rostro (l'apparato boccale della zecca), che spezzandosi rimarrebbe sottocute e potrebbe dar luogo ad un conseguente granuloma o ad un'infezione più o meno grave.

Al contrario di quello che si pensa comunemente bisognerebbe evitare di usare sostanze con lo scopo di irritarla o di soffocarla onde farle allentare la presa, perché ciò potrebbe causare l'immissione nel torrente circolatorio di quei patogeni che magari la zecca ancora non aveva inoculato.

Una volta tolta la zecca lavate l'area della puntura con acqua e sapone, poi applicate tintura di iodio o acqua ossigenata per evitare eventuali rischi d’infezione.
Giugno e Luglio sono l'alta stagione per le zecche, che però, alle nostre latitudini, sono un pericolo dall'inizio della primavera fino all'autunno, in quanto le temperature ideali per questo parassita vanno tra i 15° e i 30° C.
Se passate del tempo all'aperto, soprattutto in zone di boschi o di erba alta, o di dune erbose, prendete queste precauzioni:

  • un modo per scoprire se ci sono zecche in giro, è legare a una corda un pezzo di flanella bianca e tirarsela dietro nell'erba e nel sottobosco. Controllatela spesso: se ci sono zecche aderiranno al tessuto;
  • se siete in una zona di zecche tenete la pelle al coperto più che potete. Questo significa pantaloni lunghi, maniche lunghe e calze lunghe;
  • prima di andare a dormire controllate se vi è rimasta addosso qualche zecca. Alcune specie sono molto piccole e potreste non vederle se non con molta attenzione.

INSETTI

Lepidotteri
Le larve (bruchi) di alcune farfalle hanno il corpo ricoperto da peli e spine, che in parte sono, per difesa, velenosi. Se vengono a contatto con la cute, questi annessi orticanti possono indurre manifestazioni irritativo-infiammatorie locali, spesso a carattere pomfoide, cui talora si associano disturbi generali (malessere, nausea, cefalea, etc.).

Il caso più noto è quello delle processionarie del pino, della quercia, etc. (genere Thaumatopoea), i cui peli, possono liberare sostanze urticanti per contatto (come sanno bene tutti i proprietari di quei cani che hanno provato ad assaggiare questi curiosi bruchi che procedono in fila indiana e che conseguentemente riportano forti ustioni chimiche alla mucosa orale, con successiva necrosi tissutale) oppure trasportati dal vento, possono dar luogo a reazioni infiammatorie a carico dell'occhio, di altre mucose o della cute stessa.

Imenotteri

Nel veleno di numerosi Apidi (soprattutto Apis mellifera nel nostro paese) e Vespidi (soprattutto, in Italia, Vespa crabro o calabrone, Polistes gallicus o vespa nostrana ed altre vespe del genere Vespula), oltre a sostanze dotate di tossicità primaria, sono presenti sostanze antigenicamente attive, cioè in grado di sensibilizzare chi venga punto, casualmente o per motivi professionali (agricoltori, allevatori, apicoltori).

Questi insetti posseggono all'apice dell'addome un apparato pungitore, connesso a ghiandole velenigene, che (nel caso delle Api) in occasione della puntura, viene lasciato infisso nella cute insieme al segmento addominale; tale segmento, continuando a contrarsi, prolunga l'inoculazione del veleno.

Mentre in individui normosensibili il danno indotto dalla puntura risulta limitato a un dolore acuto e ad una reazione eritemato-edematosa nella sede colpita, in soggetti ipersensibili si sviluppa un quadro sintomatico, con manifestazioni che possono variare da un'orticaria acuta all'angioedema (peraltro spesso associati), all'asma bronchiale ed al temibilissimo shock anafilattico, che richiede un intervento terapeutico d'urgenza.

Sostanze efficaci ma da usare in fretta, subito dopo la puntura

IL FREDDO
una borsa di ghiaccio o anche semplicemente un cubetto di ghiaccio posto sopra la puntura possono bloccare il gonfiore e impedire al veleno di diffondersi.
IL CALDO
paradossalmente, anche il caldo può fare bene perché neutralizza una delle sostanze chimiche che provocano l'infiammazione. Basta prendere un asciugacapelli e dirigere il getto sulla puntura.
ACIDO ACETILSALICILICO
una delle cose più semplici e più efficaci che potete fare è applicare aspirina sulla zona colpita. Bagnate la puntura, poi strofinateci sopra una compressa di aspirina.
L'aspirina neutralizza alcune delle sostanze infiammatorie del veleno.
Attenzione: questo trattamento non va applicato a chi è allergico o sensibile all'aspirina.
BICARBONATO
applicare sulla puntura una pasta di acqua e bicarbonato.
CARBONE ATTIVO
una pasta di carbone attivo in polvere e acqua assorbe rapidamente il veleno, per cui la puntura non si gonfia e non fa male.
Aprite con precauzione qualche capsula di carbone e fatene uscire la polvere.
Inumiditela con l'acqua e applicatela alla puntura.
Coprite con garza o anche con un foglio di plastica: il carbone funziona meglio se è tenuto umido.
ARGILLA
se non avete nient'altro sottomano, mescolate un pò di terra argillosa e di acqua fino ad ottenere una pasta fangosa. Applicatela come il carbone, coprite con una benda o un fazzoletto, e lasciate in posizione finché l'argilla non si asciuga.
AMMONIACA
a volte l'ammoniaca che avete in casa raggiunge il suo scopo; se funziona, il dolore passa molto in fretta. Distribuitela sulla puntura.
Per le gite all'aperto potete comprare in farmacia prodotti in stick che contengono ammoniaca.

La prevenzione ovviamente è però molto più efficace di tutti i rimedi suggeriti per curare le conseguenze della puntura, e può risparmiare molti fastidi:

  • vestitevi di bianco o comunque di un colore chiaro ma non sgargiante. Gli insetti che pungono preferiscono i colori scuri;
  • attenti ai profumi. Evitate i profumi, dopobarba e qualsiasi altra fragranza che possa far si che l'insetto vi scambi per un fiore colmo di nettare;
  • aumentate il vostro consumo di zinco. Pare che gli insetti siano attratti dalle persone che hanno carenza di zinco. E' consigliabile aumentare il consumo di zinco però solo con l'approvazione e la supervisione del vostro medico;
  • correte al riparo! Se siete inseguiti da un'orda di vespe correte al chiuso o tuffatevi nell'acqua, oppure dirigetevi nel folto di un bosco. Gli insetti hanno difficoltà a seguire la preda nell'intrico della vegetazione.

CENTOPIEDI

Questi artropodi (classe Chilopoda), di cui sono descritte circa 3000 specie, hanno corpo allungato ed appiattito dorso-ventralmente, costituito da un numero variabile di segmenti ciascuno dei quali dotato di un paio di zampe.
Quelle del primo segmento sono particolarmente robuste e modificate a formare una tenaglia (forcipula). All'apice di tali appendici sbocca il dotto della ghiandola del veleno.
Presenti in tutte le zone tropicali, subtropicali e temperate del mondo, vivono di giorno nascosti sotto sassi, tronchi, legname, etc. ed escono di notte per procurarsi il cibo, rappresentato da altri artropodi e, a volte, anche da piccoli vertebrati, che uccidono rapidamente con il veleno.

Nel nostro paese è molto diffusa la specie Scolopendra, dotata di 21 paia di zampe.
Le conseguenze, se il soggetto non è ipersensibile al veleno, sono essenzialmente locali - con dolore acuto, edema e, spesso, lesioni di tipo necrotico-emorragico - e risultano più serie nei bambini.
I centopiedi non vanno confusi con gli innocui millepiedi (Diplopodi), in genere molto più piccoli, con il corpo pressoché cilindrico costituito da doppi segmenti ciascuno dei quali dotato di due paia di zampe.

Se ne conoscono oltre 7000 specie, in prevalenza vegetariane. Anche ai millepiedi si attribuisce la secrezione di un veleno, ma si tratta in realtà di un liquido prodotto da ghiandole repugnatorie, contenente fra l'altro anche cianuro, che essi emettono da una serie di fori presenti sui lati del corpo per tener lontani i predatori. Tale secreto può essere tutt'al più leggermente irritante per la pelle umana integra.

Dopo questo excursus tra le varie specie velenose di casa nostra spero di non avervi fatto passare la voglia di trascorrere un po' di tempo all'aria aperta, perché non era proprio mia intenzione; ma, come si dice: meglio essere preparati in caso di qualsiasi evenienza...