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mercoledì 25 febbraio 2009

Genetica, razze canine e aggressività

Continuando ad approfondire il tema dell'aggressività canina oggi vorrei, attingendo al lavoro di Joel Dehasse, occuparmi del ruolo della genetica. Diciamo subito che essa interviene in modo molto rilevante nello sviluppo dei comportamenti aggressivi, attraverso l'intermediazione dell'eccitabilità, dell'impulsività, della reattività, della mancanza di controllo del morso e, tra l'altro, della visione del mondo da parte del cane.
Ad esempio, numerosi cani vivono una socializzazione corretta; ma cambiano completamente nel passaggio dall'adolescenza e all'età adulta, arrivando ad assomigliare più all'uno o all'altro genitore. Questi soggetti molto spesso manifestano aggressione per la distanza e aggressione territoriale, che sono due tipi di aggressività con la stessa predisposizione.
Questo è anche il caso dei comportamenti di caccia.

Gli esperti di genetica assicurano che tra qualche anno saremo in grado di decodificare i geni responsabili della predisposizione all'aggressività.
Questa è la cinologia del futuro: essa consentirà probabilmente di selezionare i genitori sulla base di test genetici facili da realizzare.
Ma attenzione a credere che ci sia un gene responsabile dell'aggressività tout court, al contrario è bene che sia chiaro che ci sono numerosi geni (alcuni centinaia senza dubbio) che intervengono nelle motivazioni dei comportamenti aggressivi.

La domanda che più di frequente viene rivolta ai veterinari è se esistano razze più predisposte di altre a presentare comportamenti aggressivi.
Ebbene, nonostante sia evidente che alcune razze presentino, sulla base della loro storia e del loro impiego, una casistica di soggetti più aggressivi rispetto ad altre, tuttavia, ad oggi, non esiste nessun lavoro scientifico che abbia potuto dimostrarlo.
Per arrivarci occorrerebbe scegliere a caso, in ciascuna razza, un campione rappresentativo di un centinaio di individui da sottoporre ad un test di aggressività scientificamente convalidato. Questa procedura inoltre dovrebbe essere ripetuta paese per paese, giacché le razze sono differenti da una nazione all'altra.
La procedura dovrebbe infine essere ripetuta almeno ogni 5 anni, dato che le razze hanno la tendenza a subire modificazioni a seconda della moda del momento.
Gli standard di razza parlano certo del comportamento ideale del cane di razza; ma queste linee raramente sono rispettate a svantaggio dello standard fisico. E ad oggi, nessuna correlazione può essere fatta tra tipo fisico (somatotipo) ed il comportamento.
Attualmente, ogni considerazione riferita alle razze è arbitraria e ha risonanze razziste.

Allora qual'è la portata della genetica e dell'ambiente nello sviluppo dei comportamenti aggressivi? Nessuno ha trovato ancora una riposta valida. Ma si possono prendere in considerazione valori che vanno dal 30% a più del 50% in media per quanto riguarda la genetica. Questi valori si riferiscono all'ereditabilità dei comportamenti, ossia la parte della genetica che interviene nell'espressione di un comportamento in seno a una popolazione.
Questo dato è largamente sufficiente per realizzare una selezione basata sul carattere non aggressivo, non impulsivo (e non ansioso) del cane di famiglia.
I cani destinati ad un uso professionale dovrebbero provenire da allevamenti specializzati, ove si equilibrerebbero armoniosamente capacità di socializzazione e competenze combattive al fine di avere dei buoni soldati capaci di controllare le loro armi.
La minima interruzione della selezione dei genitori provoca delle derive, che non sono più compensate da una selezione naturale spietata (che escluderebbe dal gruppo cani che non possono comunicare e gestire la loro aggressività).
Pertanto si arriva in tal modo a sviluppare degli individui patologici.

Si possono altresì selezionare famiglie o linee iperaggressive; ciò in realtà è già stato fatto purtroppo per creare i cani da combattimento. Nel giro di alcune generazioni di consanguineità in queste linee, si sviluppano "cloni" che hanno tutti, più o meno, lo stesso comportamento patologico.
La selezione di un cucciolo dovrebbe essere effettuata, almeno in parte, sulla base dell'analisi del comportamento dei suoi genitori. Se l'uno o l'altro o entrambi i genitori risultano aggressivi (aggressione per la distanza), di solito esiste un rischio che va dal 25 al 50%, che il cucciolo diventi aggressivo a sua volta appena raggiunta l'età adulta.
Attenzione però a non trarre delle conclusioni troppo affrettate: infatti non è che siccome un comportamento possiede un determinismo genetico, non lo si possa per questo modificare; questo lo si può fare mediante trattamento farmacologico in associazione preferibilmente ad una terapia comportamentale. Tuttavia, più il problema è radicato nel patrimonio genetico e nella struttura cerebrale, tanto più lungo sarà necessariamente il trattamento.

domenica 31 agosto 2008

Il cane aggressivo: terza parte

La sequenza del comportamento aggressivo
L'aggressività rientra tra i normali comportamenti del cane, essendo un carnivoro, e quindi come tale va considerata. Vediamo di analizzarla allora nei dettagli, per capire meglio come è strutturata e se sia possibile intervenire modificandola in qualche modo.
Ricordiamo che ogni comportamento è sempre scatenato da uno stimolo: un'informazione che può provenire sia dall'ambiente esterno che dall'ambiente interno (modificazione di uno stato fisiologico). Esso è percepito dai sensi e genera di conseguenza un'emozione.
E' l'emozione dunque che è alla base di ogni comportamento: questa è infatti preesistente a qualsiasi azione. Dunque potremmo definirla una sorta di squilibrio, e l'azione non è altro che un tentativo da parte dell'individuo reattivo di ritornare allo stato di equilibrio iniziale.

Le quattro fasi di una sequenza aggressiva
Per comodità in medicina comportamentale si tende a schematizzare ogni comportamento suddividendolo in quattro fasi distinte:
-fase iniziale: è attivata da uno squilibrio e manifesta i primi segni del passaggio all'azione, tale fase manifesta le motivazioni interne dell'organismo ad agire.
-fase d'azione: detta anche fase operante; è quella che permetterà di agire su di sé o sull'ambiente per ristabilire l'equilibrio.
-fase d'arresto: rappresenta il raggiungimento di una soddisfazione o sazietà legata al comportamento, il ritorno al benessere e all'equilibrio.
-fase refrattaria: in questa fase l'organismo è in una sorta di limbo, risulta insensibile ai fattori motivazionali che in precedenza avevano scatenato l'azione, perché ha già ottenuto un ritorno all'equilibrio: rappresenta una sorta di time-out, è una fase di recupero.
Vediamo ora di riportare queste quattro fasi al comportamento aggressivo.
Nella sequenza aggressiva standard la fase iniziale corrisponderà alla fase di minaccia, d'intimidazione, che avvisa delle intenzioni aggressive o manifesta le emozioni provate (paura, collera, competizione, ecc.)
La fase d'azione corrisponde ovviamente all'attacco, che permette di mettere in atto le intenzioni e calmare le emozioni scatenanti.
La fase d'arresto, che segnala l'interruzione delle ostilità, corrisponde all'acquietamento delle emozioni e al ritorno alla calma.
Infine la fase refrattaria è quella durante la quale, anche se si ripetesse lo stimolo che ha inizialmente scatenato la reazione aggressiva, gli atti aggressivi non potranno più manifestarsi.
L'integrità della sequenza
Per ogni tipo di comportamento aggressivo queste fasi possono essere differenti; ma qualunque sia il tipo di aggressione (competitiva, da irritazione, da paura, predatoria, ecc.) la sequenza che la caratterizza deve essere integra, non modificata e ben strutturata.
E' l'integrità della sua sequenza che rende normale e prevedibile un comportamento sia per i cani che per gli esseri umani, che possono quindi adattarvisi di conseguenza. Se invece la sequenza risulta alterata si parla di patologia comportamentale: in tal caso il comportamento non è più prevedibile, mettendo a repentaglio la comunicazione in seno al gruppo.
Ricordiamo che il cane è infatti un animale sociale e tutti i suoi comportamenti hanno come fine la sopravvivenza del branco, per cui se per un qualsiasi motivo, ad esempio, due cani entrassero in competizione tra loro, ammettiamo per un osso, è proprio grazie alla fase di minaccia che precede l'attacco, che il più debole e meno sicuro di sé avrebbe la possibilità di ritirarsi e salvarsi così da un confronto che lo vedrebbe perdente e metterebbe a rischio la sua stessa incolumità.
Un attacco può causare ferite e minorazioni ad entrambi o ad uno dei cani in conflitto, e dal momento che i cani cacciano in branco, l'invalidità di un membro potrebbe comportare rischi per la sopravvivenza dell'intero branco. Per cui è vitale che le ferite tra i componenti del branco siano ridotte al minimo. Fuori dal gruppo invece la regola cambia: un predatore o una preda possono essere attaccati violentemente.
Il controllo del morso
In un gruppo, per evitare ferite invalidanti, i morsi necessitano dunque di un controllo perfetto; mentre al di fuori di esso (predatore o preda) i morsi possono anche essere forti e ripetuti. Per morso controllato si intende l'afferrare con la bocca, il pizzicare senza stringere e senza compressione, lasciando solo un leggero segno, o talvolta solo qualche livido (ematomi lievi). Un morso forte invece perfora la cute e richiede cure. Ricordiamo a questo proposito che la cute umana è più fragile di quella di un cane. Ecco perché è indispensabile che un cane da compagnia abbia un completo controllo del morso.
Un morso potente, non controllato, si presenta quando l'individuo :
1) perde il controllo delle sue emozioni (ad esempio in caso di paura o di ipereccitazione)
2) perde il controllo delle sue azioni (disturbi neurologici, endocrini, ecc.)

3) non ha acquisito il controllo del morso (dissocializzazione, distacco precoce dalla madre o dal branco)
4) ha imparato che è necessario mordere con una certa insistenza per ottenere qualcosa (apprendimento del mordere)
5) ha intenzione di menomare il suo avversario o la sua vittima (aggressività predatoria).

La fine di un attacco
La fase di arresto di un attacco in un gruppo è fondamentale. Al di fuori del gruppo l'attacco invece può proseguire sino alla fuga del predatore o alla morte della preda.
In un gruppo l'attacco deve perciò sempre arrestarsi. Se cessa solo per sfinimento degli avversari, siamo fuori dalla normalità e ci troviamo di fronte a una situazioni patologica.
Aggressioni adattive o patologiche
I comportamenti aggressivi possono essere dunque fisiologici o patologici. Il concetto di patologia è centrale in medicina comportamentale. La patologia è infatti la scienza che studia le cause, i sintomi e l'evoluzione delle malattie. La malattia è definita come un'alterazione dello stato di salute, di omeostasi di un individuo.
La medicina comportamentale si occupa principalmente delle modificazioni degli elementi psicobiologici (umori, emozioni, cognizioni, percezioni, atti motori e attività neurovegetative) di un individuo. In questo contesto possiamo definire patologico l'elemento psicobiologico che ha perso la sua capacità di adattamento funzionale. Tale perdita di adattamento determina, nell'animale che soffre di una patologia comportamentale, difficoltà ad interagire con l'ambiente che lo circonda. L'elemento psicobiologico patologico interferisce quindi con le normali attività sociali e con la capacità di conservazione dell'animale e della sua specie.
Per quanto riguarda il comportamento aggressivo si parlerà di aggressione patologica quando essa: - non permette all'individuo il ritorno all'equilibrio emozionale, - la sua strutturazione nelle quattro fasi non è più rispettata, - il morso non è più proporzionato e adattivo rispetto al contesto (nel gruppo o fuori dal gruppo). In alcuni casi un comportamento può essere giudicato adattivo per l'individuo e patologico per la conservazione della specie. Tutto dipende dal punto di vista. Ad esempio, un cane cresciuto isolato dai suoi cospecifici oltre i tre mesi d'età, può diventare aggressivo nei loro confronti: tale comportamento sarà adattivo per la sua personale sopravvivenza; ma gli impedirà di riprodursi e il suo patrimonio genetico sarà dunque perso nell'ambito della sua specie.

giovedì 31 luglio 2008

Possibile che tanti cani siano diventati improvvisamente aggressivi?

Anche se con un po' di giorni di ritardo volevo comunque riportare un comunicato Asetra risalente all'11 luglio scorso, dove si commentano i provvedimenti allo studio del nuovo governo circa il tentativo di controllare il problema dell'aggressività dei cani nei confronti dell'uomo, una notizia che a quanto pare puntualmente compare con una insistenza a dir poco sospetta in determinati periodi dell'anno, come l'ultimo grave episodio di aggressione del 14 luglio scorso, la cui notizia ha avuto un risalto enorme sui mass media, per le tristi conseguenze occorse, in quanto ha portato alla morte di una pensionata assalita dal pitbull del figlio in un appartamento nel pieno centro di Sassari; e quindi l'estrema gravità del fatto effettivamente sembrerebbe giustificare l'enorme clamore suscitato da tale notizia. Solo che certe notizie date in questo modo, sono più dannose che utili.Sarebbe davvero interessante invece conoscere tutti i risvolti di simili vicende, proprio per capire le cause scatenanti e i motivi per cui un cane, notoriamente il miglior amico dell'uomo, sembra improvvisamente impazzire arrivando ad aggredire persino il proprietario.
In questo caso ad esempio sembra che la donna 77enne avesse, 30 anni prima, ucciso il marito nel sonno con un tubo di ferro, in un raptus di follia, e che il figlio tenesse legati i tre cani in loro possesso (un maremmano di proprietà della madre stessa, un incrocio x pitbull e il pitbull in questione) proprio nell'ingresso dell'abitazione.
Sembra inoltre che questi cani già in passato abbiano manifestato altri episodi di aggressività, sicuri campanelli d'allarme per una persona accorta e preparata, per cui l'accaduto si sarebbe potuto benissimo evitare con un minimo di buon senso, lungimiranza e conoscenza dell'argomento.
Tutti coloro i quali si occupano di medicina comportamentale sanno infatti che le posizioni di passaggio, com'è appunto un ingresso, rappresentano posizioni strategiche di controllo pericolosamente privilegiate per un cane, soprattutto se sociopatico e con relativi problemi gerarchici, senza contare poi il fatto che gli stessi a quanto pare erano anche legati, il che se possibile ne accresceva ancora di più la pericolosità, in quanto in tali condizioni ogni movimento risulta ostacolato e falsato oltre che ovviamente impedita la fuga....
Insomma sarebbe forse opportuno approfondire meglio tutte le notizie; ma in particolar modo quelle di tal genere, che risvegliano paure ataviche e smuovono fobie dell'incoscio collettivo sulla scia delle quali poi guarda caso vengono presi provvedimenti ed emesse leggi che hanno davvero molto poco di scientifico e razionale, ma sono volte stupidamente solo a tranquillizzare l'opinione pubblica, con altisonanti proclami e demagogici sproloqui. Comunque questo è il comunicato Asetra in questione: "Siamo stati informati che, nell'ambito della neonata commissione ministeriale voluta dal Sottosegretario Martini volta a definire la questione "aggressività dei cani" superando le passate Ordinanze, è stato proposto con energia di istituire l'obbligo per tutti gli aspiranti proprietari di un cane, di qualsivoglia origine (allevamento, cucciolate di privati o canile-rifugio) di seguire un corso di 8 ore, seguito da esame e rilascio di un patentino.
Attestato da depositare poi presso l'ufficio del Sindaco del Comune di residenza.
Desideriamo rendere noto a tutti che ASETRA si dissocia con la massima risolutezza da un tale sistema poliziesco, contrario alla storia stessa di uomini e cani, storia testimoniata da molte migliaia d'anni di impronte lasciate negli innumerevoli sentieri percorsi insieme nel lunghissimo periodo trascorso coevolvendosi per poter essere più adatti gli uni verso gli altri.
Simili proposte sono sintomo di un atteggiamento malato nei confronti della relazione con gli animali, vista ormai come avulsa dalle inclinazioni spontanee di cui siamo dotati proprio grazie al nostro passato.
Avere un cane è -o dovrebbe essere - la cosa più naturale del mondo così come è buona pratica allevarlo ed educarlo col buon senso del padre di famiglia.

Per questo nel mondo esistono 400 milioni di cani domestici e, nelle città occidentali, questi sono spesso l’ultimo cordone ombelicale con il mondo degli animali, soprattutto per i bambini, costretti a crescere in un ambiente artificioso e artificiale."
E in chiusura mi piacerebbe riportare la prefazione del libro di Johel Dehasse "Il cane aggressivo", dove l'immaginazione del collega belga fa parlare proprio un cane:
"Io sono un cane, io sono un predatore, io mordo. Questo è nella mia natura.
Beninteso, io controllo i miei morsi, non mordo a casaccio, non mordo in qualunque momento e chichessia"

Il cane scuote la testa, rattristato, e riprende:
"Sono aggressivo? Sono pericoloso? Alcuni miei simili sono poco frequentabili, poco raccomandabili. Però noi viviamo in buona armonia con voi, esseri umani, da quindicimila anni.
Sì, alcuni cani hanno mangiato persone. E alcune persone hanno mangiato dei cani.
Siamo entrambi specie predatrici.
Tuttavia, per quel che ci riguarda, noi non abbiamo più il nostro libero arbitrio.
Siete voi che decidete chi si riprodurrà e con chi, in quali condizioni saremo allevati...non pensate che ci sia la vostra parte di responsabilità se di tanto in tanto un cane maltratta un essere umano?"

martedì 3 giugno 2008

Il cane aggressivo (seconda parte)

Come ho già accennato nella prima parte, molto spesso nel nostro mestiere si è chiamati al difficile compito di giudicare e quantificare il problema dell'aggressività di un cane, soprattutto quando quest'ultimo ha manifestato, a detta dei proprietari, un comportamento inaspettatamente aggressivo, attaccando improvvisamente magari proprio durante i comuni gesti quotidiani che in altre occasioni non avevano suscitato nessuna reazione da parte sua.

Questo presuppone di solito un "misunderstunding" tra animale e proprietario, dovuto ad un'errata interpretazione di certe situazioni, che vengono percepite con significati notevolmente differenti dalle due parti in causa.
Il fatto però che l'aggressione si traduca in un danno fisico all'eventuale vittima umana improvvisamente ci fa sorgere la paura che da fedele amico dell'uomo, il cane di casa si possa trasformare in una specie di Dr. Jekill e Mr. Hide.

Tutto ciò è, al solito, frutto del fatto che si tende ad incentrare il problema unicamente da un punto di vista antropocentrico; ovvero ci si preoccupa soltanto dell'interpretazione che dà l'essere umano dell'incidente accaduto, tralasciando l'altro importante aspetto del problema, che è appunto quello avviene nel cane e che invece è sempre opportuno prendere in considerazione se si vuole avere una visione obiettiva e completa del problema.
Ad ogni modo l'iter diagnostico da seguire in questi casi per tentare di capire realmente il motivo per cui il cane ha morso e stabilire anche se la cosa può con buona probabilità ripetersi in futuro, si può riassumere in 5 tappe:
  1. Valutazione della pericolosità
  2. Descrizione dell'aggressione (sequenze del comportamento aggressivo, posture e mimica del cane, componenti psicobiologiche, contesto e circostanze dell'aggressione, e ovviamente conseguenze dell'aggressione per il cane e l'ambiente)
  3. Valutazione del tipo di aggressione
  4. Diagnosi
  5. Suggerimenti, trattamento e terapie

Iniziamo dunque prendendo in considerazione il primo punto fondamentale del percorso diagnostico in caso di aggressione di un essere umano da parte di un cane, ovvero la valutazione della sua pericolosità.
In questo iter ho come punto di riferimento le linee guida fornite da uno specialista belga nel settore della medicina comportamentale quale è Joel Dehasse, il quale, studiando con particolare attenzione il problema, anche per abbreviare i tempi del percorso diagnostico, ha tentato di semplificare i criteri da prendere in considerazione per valutare la pericolosità di un cane.
Essi sono stati pertanto ridotti principalmente a 6:

A) il peso e la massa del cane in rapporto a quelli della vittima dell’aggressione
B) la categoria di appartenenza delle persone a rischio (in assenza di autorità)

C) il tipo di aggressione (offensiva o difensiva)

D) la prevedibilità o meno della stessa

E) il controllo e l’intensità del morso

F) il tipo di morso (semplice o multiplo)

Dehasse, attribuendo ad ognuno di essi un valore numerico, ha sintetizzato in una comoda formula il livello di pericolosità attribuibile ad un cane.
Vediamo come calcolare questo valore dunque, che ha comunque il solo significato di rischio globale, lasciando fuori ogni altra considerazione di ordine comportamentale.

A)-Per quanto riguarda il peso e la massa del cane bisogna considerare che nell’aggressione la mole dell'animale assume particolare importanza dato che nello slancio dell’attacco la potenza muscolare si somma al peso del cane stesso.
Per il calcolo di tale valore va considerata una formula secondo cui si moltiplica il peso del cane per 4 e si divide il numero così ottenuto per il peso della vittima.


B)-Per quanto riguarda il secondo punto invece si attribuisce alla categoria di appartenenza, in assenza di autorità (ovvero in mancanza di un ruolo gerarchico che permetterebbe un controllo del cane da parte dell'essere umano), un numero da 1 a 5 , che aumenta in base all’aumento del rischio, per cui avremo 5 tipologie di persone:
-uomini adulti = 1;
-donne adulte, persone con un handicap non grave e persone timorose= 2;
-bambini con più di 6 anni, persone anziane e persone con handicap medio= 3;
-bambini dai 3 ai 6 anni e persone con un handicap consistente= 4;
-bambini con meno di 3 anni e persone con un handicap grave= 5

C)-Il terzo punto, semplificando al massimo l’analisi del comportamento aggressivo, attribuisce un punteggio differente in al tipo di aggressione, per cui all’aggressione difensiva (ovvero scatenata dall’avvicinarsi della persona al cane) si attribuisce un valore pari a 1, mentre all’aggressione offensiva (ovvero in cui è il cane a procedere verso la persona) si attribuisce il valore 2.

D)-Al quarto punto sta la prevedibilità o meno dell’attacco e del morso.
Questo è molto importante e spesso fa la differenza per quanto riguarda le conseguenze.
Nell’aggressione prevedibile (a cui si attribuisce il valore di 1) il cane manifesta infatti una fase di minaccia in cui ringhia, abbaia, mostra i denti, ecc.
Nell’aggressione poco prevedibile (valore=2) la fase di minaccia invece è poco identificabile o quasi simultanea all’attacco.

Infine l’aggressione imprevedibile (valore=3) è quando l’attacco è immediato e diretto, senza alcun avvertimento.


E)-Al quinto punto si attribuisce un punteggio che va da 1 a 7, in base alla differente intensità del morso, per cui avremo anche danni molto diversi a seconda del tipo di morso.

1=afferrare con la bocca (nessuna traccia);
2=pizzicare (livido/ematoma);
3= morso controllato (ematoma);
4=morso controllato e trattenuto (perforazione dell’epidermide);
5=morso forte (perforazione muscolare);
6=morso forte e trattenuto (lacerazione muscolare) e infine
7=morso predatorio (distruzione muscolare).

F)-Ultimo criterio da considerare è la tipologia del morso, per cui avremo 4 gradi con relativo valore attribuito a seconda del morso:
1=morso semplice;
2=morso semplice e trattenuto;
3=morsi multipli e
4=morsi multipli e trattenuti.

Ecco che dunque avremo una formula matematica utile all’esperto comportamentalista, ma anche al proprietario, per stabilire molto semplicisticamente il rischio di pericolosità di un cane per l’uomo (ovviamente relativo alla data situazione e non certamente assoluto) e il cui valore si colloca in una scala numerica che va da un valore minimo inferiore a 10 che corrisponde ad un rischio minore, per cui si consiglia al proprietario di informarsi semplicemente sugli eventuali pericoli connessi, ad un valore compreso tra 10 e 14 che corrisponde ad un rischio medio, per cui si consiglia di far fare un esame fisico dal veterinario e di adottare misure di prevenzione e rieducazione, ad un valore compreso tra 14 e 15,5 che denota un rischio considerevole e pertanto in tal caso si raccomanda di seguire un trattamento e una terapia presso uno specialista, utilizzando la museruola in ogni situazione a rischio, e per finire un valore superiore a 15,5 il cui rischio corrisponde ad un livello di serietà che può comportare anche la perdita della vita della vittima per cui si consiglia l’allontanamento del cane, il suo disarmo o addirittura la sua eutanasia!

Tale formula può così essere sintetizzata:

INDICE DI PERICOLOSITA’ DI UN CANE = 4xA+B+C+D+F

Ovviamente tale valutazione è solo una prima tappa e come tutte le semplificazioni eccessive non è scevra da errori e soprattutto non sostituisce assolutamente il ricorso al veterinario comportamentalista; ma di sicuro costituisce un primo passo importante per capire la gravità di una situazione e l’eventuale possibilità di gestione offerta dal contesto in cui si opera.