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giovedì 15 ottobre 2009

Come giocare correttamente con un gatto

Il gioco ovviamente è una componente importante ed indispensabile della vita e ce ne accorgiamo facilmente, osservando cani, gatti e...bambini; ma come al solito bisogna stare molto attenti alle differenze.
Per quanto riguarda i gatti possiamo distinguere due tipologie fondamentali: i giochi individuali (simili sia in assenza, che in presenza di esseri umani) e i giochi sociali (che prevedono delle forme di adattamento al partner umano).
Vediamo dunque di esaminarli nei dettagli anche per capire come relazionarci nella maniera più corretta possibile col nostro gatto domestico.
Per quanto riguarda i giochi individuali, diciamo che essi si adattano semplicemente al contesto e ai luoghi che l'ambiente offre e sempre più spesso questo ambiente è la casa del proprietario: essa offre comunque delle analogie con situazioni esterne.
Per citarne solo alcune, ad esempio, lo spazio vuoto sotto i mobili corrisponde a quello sotto le piante; le mensole o la parte superiore dei mobili, corrispondono ai rami degli alberi; le pallottoline di carta d'alluminio corrispondono alle pigne dei pini o ad una preda morta; gli oggetti che si muovono sull'acqua di una vasca, corrispondono a dei pesci o delle rane, facili da catturare.
Ovviamente alcuni di questi giochi individuali diventano sociali, per il fatto che l'uomo funge da agitatore o attivatore dell'oggetto stesso.
I giochi sociali veri e propri però sono quelli che prevedono un'interazione ed un adattamento col partner umano. Intanto deve essere presente anch'egli. Poi il partner di gioco è sia la persona nel suo insieme che una parte mobile del suo corpo (come una mano o un piede).
Attenzione però, perché questo tipo di giochi, coi gatti adulti specialmente, potrebbero trasformarsi bruscamente in aggressioni da difesa oppure in vere e proprie sequenze di caccia e terminare quindi con graffi o morsi. Dal momento che questo tipo di evenienza si ha per lo più solo nel gatto che vive in appartamento e molto più raramente in quelli che vivono fuori, si pensa che sia un tentativo di adattamento da parte del gatto ad un ambiente ipostimolante.
Cerchiamo dunque di capire come rendere l'ambiente domestico più interessante per il gatto e soprattutto come interagire con lui senza correre rischi di subire attacchi improvvisi con le relative conseguenze poco piacevoli.
Osservando i giochi quotidiani e le modalità di caccia del gatto possiamo intanto dedurre alcune regole per giocarci tenendo conto delle sue esigenze e delle sue abitudini.
Intanto sappiamo che la maggioranza dei gatti ha voglia di giocare e che la maggior parte lo fa per tempi superiori a 5 minuti.
Il gatto (essendo una specie predatrice) si attiva col movimento: la maggior parte dei suoi giochi infatti deriva dagli atti motori tipici dei comportamenti di caccia. E tale caccia si esercita su prede di piccole dimensioni.
I giocattoli da proporre pertanto dovranno essere piccoli e mobili (ma non troppo piccoli per evitare pericoli derivanti dall'ingestione accidentale): palle, piume, pallottole di carta d'alluminio, tappi di bottiglia (in plastica), zampa di coniglio, topi finti di falsa pelliccia, ecc.
Agitare questi oggetti, lanciarli raso terra, farli pendere da una cordicella, e così via rappresenterà per il vostro micio uno stimolo troppo allettante per rimanere indifferente: si innescherà quindi la sequenza tipica del comportamento di caccia (con eccitazione, vigilanza, ecc.).
Ricordiamoci che la caccia ha fine con la fuga o con la cattura della preda.
La fuga della preda tende a rinforzare il comportamento di gioco/caccia all'inizio, ma lo indebolisce sino ad estinguerlo, se la preda scappa sempre. La cattura al contrario lo rinforza.
Tenete altresì presente che in natura il gatto cattura in media una preda ogni dieci battute di caccia. Quindi dovrà riuscire a catturare il giocattolo/preda più di una volta su dieci.
Se la cattura della preda è fatta tramite le zampe, ovviamente dobbiamo prevedere l'uso delle unghie sfoderate per l'occasione, per cui attenzione a proteggervi le mani.
In genere si consiglia, per evitare rischi di graffiature, di non adoperare direttamente le mani per muovere il giocattolo/preda ma di piazzarlo all'estremità di una cordicella o di un bastone in maniera che sia separato di circa un metro dalla mano con cui lo controlliamo.
Questo non solo per la nostra incolumità, ma anche per evitare che il gatto impari a considerare accettabile il graffiare e/o mordere le mani.
Il topo e l'uccellino, prede favorite del gatto, non rimangono mai immobili e disponibili.
Allo stesso modo i giochi proposti al gatto non andrebbero mai lasciati a sua disposizione permanentemente, ma dovrebbero anch'essi scomparire dalla sezione di gioco.
Per imitare la natura è consigliabile dunque raccogliere i suoi giochi in una scatola apposita, se poi dovesse essere dotata di piccole aperture da cui il gatto può estrarre i suoi giocattoli, ecco che essa stessa potrebbe diventare un gioco da proporgli come ulteriore svago. E siccome poi non capita mai che la stessa preda ritorni nello stesso posto, è auspicabile trovare sempre nuovi oggetti da proporre in luoghi sempre diversi.
Cerchiamo anche di capire quali sono i giochi che il gatto preferisce, tenendo presente però che anche quelli che al momento non suscitano più interesse potranno prima o poi tornare di moda.
Fate giocare all'oggetto il ruolo della preda che si spaventa e scappa, si nasconde, si mostra, si arrampica, salta e fugge, utilizzate posti come il pavimento, la poltrona, il tavolo, il divano per creare dei nascondigli e degli spazi scoperti in modo che il giocattolo/preda possa sparire e riapparire.
Provate a trascinare un sacchetto di carta dura, vedrete che susciterete immediatamente l'interesse del vostro gatto che prenderà ad inseguirla, ad esplorarla. Se poi fate dei buchi nel sacchetto e vi fate passare una piuma o una cordicella, il gatto sarà ancora più motivato.
Al contrario del cane, dove è sconsigliabile (per motivi di ordine gerarchico) lasciare a lui l'iniziativa, per quanto riguarda il gatto, è a lui che va lasciata la prerogativa di decidere quando e se giocare. Diventa fondamentale pertanto rispettare i suoi ritmi e le sue voglie, senza forzarlo a giocare quando non ne ha voglia.
Nel caso in cui si dimostrasse disinteressato ad interagire con noi, eventualmente torniamo dopo qualche minuto, magari dopo che ha terminato la toilette e sarà finalmente dell'umore giusto per prendere in considerazione le nostre proposte di gioco (piuma, pallina da ping pong o un topolino finto che sia).
Teniamo presente anche che il gatto ama cacciare soprattutto alla luce tenue della sera o al primo mattino. Per cui a volte, per risvegliare il suo istinto di caccia, basta abbassare l'illuminazione dell'ambiente.
Infine non ci dimentichiamo che il gatto è uno sprinter e non un corridore di fondo, per cui si stanca presto. La durata di ogni sessione di gioco non dovrà quindi durare più di 5-15 minuti, pena l'esaurimento del suo interesse e della sua motivazione.
In tal caso è consigliabile aspettare e tornare a provocarlo più tardi, anche più volte (sino ad una dozzina al giorno), sempre che ne abbiate tempo e voglia.
Un altro concetto importante è quello del cosiddetto arricchimento ambientale.
Considerato che l'ambiente esterno per un gatto è notevolmente più interessante del noioso e monotono ambiente domestico, dovremmo cercare di rendere quest'ultimo più attraente ed avventuroso possibile.
Dovremo di conseguenza arricchirlo trasformandolo in una vera e propria palestra per gatti.
A tale scopo vanno benissimo ad esempio delle scatole di cartone con buchi di circa 10 cm di diametro, attraverso cui il gatto potrà felicemente nascondersi ed osservare la realtà esterna, oppure cercare di sfruttare anche la tridimensionalità offerta da quelle costruzioni, ormai di facile reperimento presso i negozi di animali, organizzate su più livelli o dei tunnel di cartone (costruiti da noi stessi).
Ed ancora inventarsi dei nascondigli perché il cibo non sia immediatamente alla sua portata (ad esempio perforare delle scatoline di plastica all'interno delle quali mettere dei croccantini, che dovrà estrarre con le zampine), costruire un'amaca con un vecchio lenzuolo, collocare bacinelle d'acqua con oggetti galleggianti al loro interno, da far muovere e catturare, e così via dicendo, dando così spazio anche alla nostra di fantasia.
L'importante è capire che il gatto ha bisogno di attività cognitive stimolanti, per sviluppare le sue naturali doti di riflessione ed analizzare problemi sempre nuovi, da risolvere utilizzando le sue capacità deduttive.
Solo così avremo un gatto attivo e felice, aiutandolo a mantenere basso il suo livello di stress e di noia, fornendogli al contempo, di conseguenza, una salute psicofisica invidiabile.

giovedì 19 marzo 2009

Principali indicazioni comportamentali per la castrazione nel cane

In realtà questo argomento è ancor oggi abbastanza controverso e dibattuto, nel senso che non tutti sono concordi nell'individuare come rimedio a determinati disturbi comportamentali tale scelta drastica e senza ritorno.
Ad ogni modo dagli scarsi studi clinici condotti sul tema, risulterebbe che circa il 60% dei cani castrati di età superiore ai due anni, presentano una riduzione del comportamento di monta, delle marcature urinarie in casa, delle fughe e delle aggressioni tra maschi.
Gli effetti secondari segnalati invece consistono principalmente in un aumento di peso e dell'appetito, e in una diminuzione dell'attività.
In ogni caso quando la castrazione è indicata come rimedio a disturbi comportamentali, essa non sarà mai l'elemento fondamentale e dovrà sempre essere affiancata da una terapia medica e/o comportamentale.
Il proprietario inoltre, dovrebbe essere informato sul fatto che la castrazione avrà probabilmente solo un effetto palliativo, o addirittura nullo, e che presenta ovvi effetti secondari dovuti all'eliminazione della componente ormonale maschile in toto o in parte.
Le indicazioni comportamentali della castrazione sono comunque abbastanza limitate.
Intatti le situazioni in cui dovrebbe essere presa in considerazione come prima ratio, a condizione di praticarla precocemente alla comparsa dei primi sintomi, sono le marcature urinarie in casa (anche di origine ansiosa), il comportamento di monta (in genere questi due sintomi sono accompagnati da una sociopatia che va adeguatamente ricondotta entro limiti accettabili) e le fughe legate alla presenza di femmine in calore nelle immediate vicinanze.
Spesso la castrazione viene richiesta dal proprietario o consigliata da molti veterinari anche come prima misura terapeutica in caso di comportamenti aggressivi, ma in questo caso i risultati sono quasi sempre deludenti.
Infine potrebbe rivelarsi utile in alcuni casi, nella cosiddetta triade delle sociopatie (aggressione gerarchica, territoriale e per irritazione); ma anche qui soltanto se viene praticata precocemente, subito dopo la pubertà (o, ancor meglio, subito prima).
In effetti il testosterone (principale ormone androgeno prodotto dalle gonadi maschili) ha un ruolo importante nello sviluppo e nel rinforzo delle aggressioni di questo tipo al momento della pubertà, per poi divenire secondario.
Ciò spiegherebbe la mancata efficacia della castrazione nella maggior parte delle aggressioni da sociopatia, dato che la richiesta di trattamento si verifica di solito dopo la pubertà.
In caso di sociopatia intraspecifica (tra cani), che si manifesta al momento della pubertà del l'animale, o di disendocrinia sessuale, è necessario dunque, oltre a castrare il soggetto interessato, sterilizzare anche gli altri individui del gruppo, per non rischiare di aggravare il problema.

Nel caso di aggressioni tra maschi, al di fuori dell'ambito domestico, i risultati sono migliori se i combattimenti sono scatenati dalla presenza di una femmina in calore.
Le altre forme di aggressività rispondono poco o affatto alla castrazione.
Pertanto è inutile, in questi casi, prenderla in considerazione come soluzione terapeutica.

E poi, in ogni caso, non ci si deve mai attendere alcun risultato se i sintomi del disturbo a cui si vuole ovviare con la castrazione, sono di vecchia data o se le aggressioni sono strumentali, poiché tali comportamenti, ancora una volta, non sono esclusivamente di natura ormonale.

Da tutto quello che si è detto fin qui si deduce che la castrazione ha indicazioni davvero ridotte e, anche in questo quadro ristretto, i risultati rischiano di rimanere aleatori.
Inoltre, se si vuole ottenere una maggiore percentuale di successo, è assolutamente indispensabile effettuarla al momento della comparsa dei sintomi, associandola ad una terapia medica e comportamentale.

domenica 1 marzo 2009

Cani aggressivi e patologie comportamentali: quale correlazione?

Dall'11 al 13 Febbraio scorso a Cremona si è tenuto un interessante percorso formativo dal titolo “Cani pericolosi: problematiche di sanità animale e pubblica, aspetti legislativi, epidemiologici e clinici” organizzato da SISCA e AIVEMP con il patrocinio della Regione Lombardia.
Durante una di queste giornate la dottoressa Marzia Possenti (Medico Veterinario Comportamentalista) ha presentato una relazione sulle patologie comportamentali che possono causare un comportamento di aggressione nel cane che vorrei citare qui di seguito nella riduzione proposta dal nostro VetJournal per condividere le importanti considerazioni emerse.
Le patologie comportamentali possono essere considerate una vera e propria “piaga sociale”.
Può sembrare un’affermazione molto forte, ma in effetti esse rappresentano la causa di una grossa porzione di aggressioni, sia nei confronti di altri cani che di persone.
Ma il problema non è limitato semplicemente a questo aspetto: un cane patologico rappresenta un grave problema ed una fonte di oneri per la società, che deve accollarsi le spese di cura delle persone aggredite, dei danni materiali causati, del mantenimento in canile in seguito all’abbandono, ecc.
Le patologie del comportamento sono una causa molto frequente di abbandono, in canile nella migliore delle ipotesi, e di eutanasia dei cani.
La maggior parte delle patologie del comportamento non migliora se non curata, e in moltissimi casi c’è un peggioramento costante e continuo.
Il fatto è che molte persone non sanno a chi rivolgersi per chiedere aiuto e spesso sono coinvolte in prima persona nelle aggressioni, in veste di vittime: la maggior parte delle aggressioni infatti avviene in famiglia e non viene denunciata.
Purtroppo soltanto in una trascurabile percentuale di casi i proprietari si rivolgono ad una persona in grado di trattare il problema in modo efficace, molto più spesso ignorano o sottovalutano il problema, o peggio ancora “aggiustano il sistema famigliare” attorno al problema stesso.
Ad esempio una famiglia che ha adottato un cane che ha problemi di fobia sociale, che ha paura delle persone estranee e le aggredisce nel tentativo di allontanare ciò che ritiene essere un pericolo, tenderà ad isolarsi, a non far entrare estranei in casa ed a far uscire il cane in passeggiata la sera tardi o la mattina molto presto, in modo da ridurre la probabilità d’incontrare altre persone durante l’uscita.
Chi possiede invece un cane con una forte motivazione a competere per le risorse, che aggredisce per avere il possesso del letto, del divano, di un gioco, ecc. tenderà a lasciare che il cane ne prenda possesso (per evitare di essere aggredito) o lo isolerà in una zona della casa dove non ci siano queste risorse, ad esempio in giardino.
Tutte queste scelte di gestione portano inevitabilmente ad un peggioramento della patologia comportamentale, ad un deterioramento nella relazione cane-proprietario ed infine, molto spesso, all’abbandono o all’eutanasia.
In realtà la maggior parte di questi cani sarebbe recuperabile, almeno in parte, e si potrebbe reinserire in famiglia.
Una corretta informazione e preparazione dei proprietari sia riguardo alla prevenzione che alla terapia, una buona educazione alla comunicazione con gli animali urbani nelle scuole, l’inserimento di personale qualificato nei canili, con lo scopo di riabilitare i cani con patologie del comportamento che vi sono ospitati e di evitare che quelli sani ne sviluppino, sono le chiavi per la riduzione dell’incidenza di queste patologie sulla spesa sociale, nonché per la riduzione di episodi di aggressione.
Quali patologie causano comportamento di aggressione?
Pressoché tutte le patologie del comportamento possono comprendere, fra i sintomi, comportamenti di aggressione. Ma fra le patologie che più frequentemente possono essere causa di comportamento di aggressione, sia nei confronti di cani che di persone, sono il disturbo competitivo di relazione, i difetti di socializzazione e l’ipersensibilità/iperattività.
Inoltre la compresenza di uno stato ansioso può aumentare il rischio di comportamenti di aggressione da irritazione.
In ogni caso si tratta di patologie che non compaiono all’improvviso, quando si giunge all’aggressione il cane ha già mostrato segnali preoccupanti in precedenza (per settimane, mesi o addirittura per anni), purtroppo però molto spesso il proprietario non è stato in grado di leggerli, comprenderne il significato o dare loro il giusto peso.

Nei cani con disturbo competitivo di relazione le aggressioni avvengono frequentemente per ottenere o difendere un privilegio, una risorsa.
Non si tratta di una patologia del cane, ma della relazione uomo-cane e/o cane-cane.
Questi cani conoscono un solo modo di relazionarsi con gli altri, sia cani che uomini, ovvero competere.
Possono aggredire per difendere un oggetto, ad esempio un gioco, quello che considerano il proprio territorio o per gestire i contatti dei membri del gruppo famigliare.
Possono aggredire anche perché hanno deciso che non vogliono più essere
accarezzati.
Purtroppo molto spesso la relazione cane-proprietario è carente, la comunicazione incoerente e il proprietario non è in grado di dare delle regole e delle sicurezze al proprio cane.
In questo caso il cane sceglie di comunicare nel modo più semplice che conosce o nell’unico modo insegnatogli dal proprietario, ovvero con una continua contrapposizione di volontà.
Proprio in quest’ottica ha senso il divieto di addestramento per aumentare il comportamento di aggressione.
Si tratta di un percorso volto ad allenare la motivazione competitiva, in altre parole si insegna al cane che il modo migliore per relazionarsi con gli altri è lottare, competere, difendere o pretendere.
Spesso lo si fa con cani che già hanno la tendenza a farlo, proprio perché chi richiede questo tipo di addestramento ha una certa idea di come deve essere il proprio cane e dunque si è già relazionato con lui in modo competitivo, e magari ha scelto il cucciolo più aggressivo, o che gli sembrava tale.

I cani con un difetto di socializzazione invece aggrediscono principalmente per timore, per allontanare ciò che li spaventa.
In questo caso un altro cane o una persona.
Un cane non correttamente socializzato può scoprire con estrema facilità che, se abbaia, ringhia o tenta di mordere, chi lo spaventa si allontana.
Nel caso in cui la carenza fosse nei confronti dei cani poi, il cane non sarebbe neppure in grado di comunicare correttamente con i cospecifici.
La comunicazione infatti è totalmente appresa, non è innata, fa parte del bagaglio culturale di un cane e questo la può apprendere soltanto interagendo con dei cospecifici.
Questi cani possono sia aggredire i cospecifici che scatenare comportamenti di aggressione in cani in realtà normocomportamentali, per il semplice fatto che li istigano senza rendersene conto.

Esistono periodi molto precisi nello sviluppo del cucciolo, soprattutto per la socializzazione, e le esperienze mancate, o associate a emozioni negative, in questo periodo non sono più totalmente recuperabili in seguito.
Quello che si cerca di fare in effetti è creare un ponte per aiutare il cane a recuperare ciò che si è perso in un momento fondamentale del suo sviluppo.
In questo caso le aggressioni possono essere anche molto gravi, soprattutto se la vittima scappa. La fuga infatti può innescare nel cane l’aggressione predatoria, ovvero il cane si convince di avere di fronte una preda da cacciare proprio perché la vittima scappa come una preda.
Queste aggressioni sono molto gravi e il rischio è molto elevato, poiché spesso a farne le spese sono proprio i bambini.
I cani infatti non di frequente sono correttamente socializzati ai bambini: la maggior parte dei proprietari non sa che non è sufficiente far interagire il cane con le persone in generale, per socializzare il cane alla specie umana, perché un bambino o un anziano non si comportano come un adulto.
I bambini hanno movenze scattanti, rapide, e spesso emettono grida acute, proprio come una preda.

Nel caso dell’ipersensibilità/iperattività il problema fondamentale è l’incapacità del cane di controllarsi, di calmarsi una volta eccitato, e la sua enorme difficoltà nel ricordare le esperienze, dunque nell’apprendere.
Questi cani sono sempre sovreccitati, sopra le righe, e non riescono a
concentrarsi quel tanto che basta per memorizzare.
In effetti, soprattutto da cuccioli, cercano l’interazione sia con le persone che con gli altri cani armati delle migliori intenzioni, ma data la loro irruenza finiscono per ricevere continuamente rifiuti.
In parole semplici sono cani che cercano di piacere a tutti, ma non piacciono a nessuno.
In questi cani le aggressioni possono essere frequentemente una conseguenza del gioco, proprio perché una volta eccitati non riescono più a controllarsi e mordono forte.
Con il passare del tempo però, le difficoltà di apprendimento possono determinare lo sviluppo di altre patologie come difetti di socializzazione, fobie, disturbi competitivi di relazione.
Insomma un cane affetto da sindrome ipersensibilità/iperattività, se non curato rapidamente, può essere un ottimo candidato per lo sviluppo di altre patologie comportamentali.

Per quanto riguarda la compresenza di uno stato ansioso, soprattutto se si tratta di ansia intermittente (ovvero presente soltanto in alcuni momenti, non sempre), durante le fasi ansiose il cane può mostrarsi più irritabile, meno tollerante, ed aggredire per questo motivo.
In questo caso le aggressioni possono essere legate al contatto fisico e l’aggressione viene effettuata per interrompere il contatto.
In questi casi l’ansia peggiora il quadro, poiché aumenta il rischio di aggressioni e riduce le capacità di apprendimento del cane.

In conclusione tutti i cani che sono stati coinvolti in episodi di aggressione dovrebbero essere sottoposti ad una valutazione comportamentale da parte di un medico veterinario comportamentalista, proprio per escludere eventuali patologie del comportamento che potrebbero essere alla base delle aggressioni stesse.
Un capitolo a parte meriterebbe la voce “prevenzione”, di fondamentale importanza se si vuole ridurre l’incidenza di aggressioni sul territorio, che richiederebbe senza dubbio una diffusione capillare della cultura animale, della capacità di comunicare e di comprendere le esigenze di specie diverse dalla nostra, in una visione della società non più totalmente antropocentrica ma attenta alla diversità e in grado di giovarne culturalmente e socialmente.

mercoledì 25 febbraio 2009

Genetica, razze canine e aggressività

Continuando ad approfondire il tema dell'aggressività canina oggi vorrei, attingendo al lavoro di Joel Dehasse, occuparmi del ruolo della genetica. Diciamo subito che essa interviene in modo molto rilevante nello sviluppo dei comportamenti aggressivi, attraverso l'intermediazione dell'eccitabilità, dell'impulsività, della reattività, della mancanza di controllo del morso e, tra l'altro, della visione del mondo da parte del cane.
Ad esempio, numerosi cani vivono una socializzazione corretta; ma cambiano completamente nel passaggio dall'adolescenza e all'età adulta, arrivando ad assomigliare più all'uno o all'altro genitore. Questi soggetti molto spesso manifestano aggressione per la distanza e aggressione territoriale, che sono due tipi di aggressività con la stessa predisposizione.
Questo è anche il caso dei comportamenti di caccia.

Gli esperti di genetica assicurano che tra qualche anno saremo in grado di decodificare i geni responsabili della predisposizione all'aggressività.
Questa è la cinologia del futuro: essa consentirà probabilmente di selezionare i genitori sulla base di test genetici facili da realizzare.
Ma attenzione a credere che ci sia un gene responsabile dell'aggressività tout court, al contrario è bene che sia chiaro che ci sono numerosi geni (alcuni centinaia senza dubbio) che intervengono nelle motivazioni dei comportamenti aggressivi.

La domanda che più di frequente viene rivolta ai veterinari è se esistano razze più predisposte di altre a presentare comportamenti aggressivi.
Ebbene, nonostante sia evidente che alcune razze presentino, sulla base della loro storia e del loro impiego, una casistica di soggetti più aggressivi rispetto ad altre, tuttavia, ad oggi, non esiste nessun lavoro scientifico che abbia potuto dimostrarlo.
Per arrivarci occorrerebbe scegliere a caso, in ciascuna razza, un campione rappresentativo di un centinaio di individui da sottoporre ad un test di aggressività scientificamente convalidato. Questa procedura inoltre dovrebbe essere ripetuta paese per paese, giacché le razze sono differenti da una nazione all'altra.
La procedura dovrebbe infine essere ripetuta almeno ogni 5 anni, dato che le razze hanno la tendenza a subire modificazioni a seconda della moda del momento.
Gli standard di razza parlano certo del comportamento ideale del cane di razza; ma queste linee raramente sono rispettate a svantaggio dello standard fisico. E ad oggi, nessuna correlazione può essere fatta tra tipo fisico (somatotipo) ed il comportamento.
Attualmente, ogni considerazione riferita alle razze è arbitraria e ha risonanze razziste.

Allora qual'è la portata della genetica e dell'ambiente nello sviluppo dei comportamenti aggressivi? Nessuno ha trovato ancora una riposta valida. Ma si possono prendere in considerazione valori che vanno dal 30% a più del 50% in media per quanto riguarda la genetica. Questi valori si riferiscono all'ereditabilità dei comportamenti, ossia la parte della genetica che interviene nell'espressione di un comportamento in seno a una popolazione.
Questo dato è largamente sufficiente per realizzare una selezione basata sul carattere non aggressivo, non impulsivo (e non ansioso) del cane di famiglia.
I cani destinati ad un uso professionale dovrebbero provenire da allevamenti specializzati, ove si equilibrerebbero armoniosamente capacità di socializzazione e competenze combattive al fine di avere dei buoni soldati capaci di controllare le loro armi.
La minima interruzione della selezione dei genitori provoca delle derive, che non sono più compensate da una selezione naturale spietata (che escluderebbe dal gruppo cani che non possono comunicare e gestire la loro aggressività).
Pertanto si arriva in tal modo a sviluppare degli individui patologici.

Si possono altresì selezionare famiglie o linee iperaggressive; ciò in realtà è già stato fatto purtroppo per creare i cani da combattimento. Nel giro di alcune generazioni di consanguineità in queste linee, si sviluppano "cloni" che hanno tutti, più o meno, lo stesso comportamento patologico.
La selezione di un cucciolo dovrebbe essere effettuata, almeno in parte, sulla base dell'analisi del comportamento dei suoi genitori. Se l'uno o l'altro o entrambi i genitori risultano aggressivi (aggressione per la distanza), di solito esiste un rischio che va dal 25 al 50%, che il cucciolo diventi aggressivo a sua volta appena raggiunta l'età adulta.
Attenzione però a non trarre delle conclusioni troppo affrettate: infatti non è che siccome un comportamento possiede un determinismo genetico, non lo si possa per questo modificare; questo lo si può fare mediante trattamento farmacologico in associazione preferibilmente ad una terapia comportamentale. Tuttavia, più il problema è radicato nel patrimonio genetico e nella struttura cerebrale, tanto più lungo sarà necessariamente il trattamento.