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giovedì 21 maggio 2009

Parassitologia: ascaridiosi del cane e del gatto

Si tratta della parassitosi più diffusa e frequente in tutto il mondo, che riguarda sia cani (Toxocara canis e Toxascaris leonina) che gatti (Toxocara cati e Toxascaris leonina).
Stiamo parlando di vermi tondi (nematodi) di colore biancastro, della lunghezza compresa tra i 2 e i 18 cm che si localizzano, nella forma adulta, a livello dell' intestino tenue dei loro ospiti, nuotando attivamente controcorrente nei confronti del flusso delle ingesta, determinato dalla peristalsi intestinale.
L'infestazione avviene principalmente per ingestione delle uova (direttamente o tramite un ospite paratenico cioè un vettore meccanico, come ad esempio un invertebrato).
Le uova di questi vermi infatti sono assai resistenti in ambiente esterno (dove, in condizioni ottimali, maturano in 10-15 giorni) e si caratterizzano inoltre per l'estrema adesività grazie al loro peculiare guscio mammellonato.
Quando mature esse contengono una larva infestante (detta L2), che una volta ingerita, sotto lo stimolo di fattori dell'ambiente gastroenterico (temperatura, umidità, pH e CO2), si libera del guscio e dà inizio alla migrazione attraverso il circolo entero-epatico, raggiungendo il fegato dove le larve L2 espletano la mutazione successiva ad L3.
Sempre attraverso il circolo si posizionano successivamente a livello polmonare, dove mutano ancora allo stadio L3/L4 e risalendo attivamente attraverso i bronchi sino alla trachea, vengono deglutite ultimando definitivamente il loro sviluppo a forme adulte nell'intestino tenue.
A fianco a questo ciclo (caratteristico di Toxocara spp.) che riguarda i soggetti adulti, dobbiamo considerare una differente modalità che riguarda i feti e i cuccioli di età inferiore ai 2 mesi, ovvero il passaggio per via transplacentare di larve L2 o attraverso il colostro ed il latte di larve L3 (in questo caso tali larve non compiono ulteriori migrazioni, ma completano il loro sviluppo in sede intestinale in 30 giorni), ed infine l'ingestione delle larve L2 dormienti, incistate a livello di muscolatura somatica o di organi interni di ospiti paratenici (scarafaggi, lombrichi, roditori, polli, suini, ecc.) che in tal caso effettuano la classica migrazione entero-epato-polmonare-enterica.
Ricordiamo poi che la soppressione della risposta immunitaria che si ha durante la gravidanza e l'allattamento, favorisce la migrazione di larve somatiche, non solo al feto e alla mammella, ma anche nell'intestino della cagna e della gatta stesse, le quali, pertanto, in questo periodo disseminano nell'ambiente esterno un elevato numero di uova.
Per quanto riguarda la sintomatologia connessa a tale parassitosi, in genere le migrazioni larvali (microascaridiosi) decorrono quasi sempre in forma asintomatica; ma a volte, soprattutto in caso di un'elevata carica parassitaria, potremmo rilevare polmonite, vomito e diarrea.
Le forme di gravi infestazioni da parte di parassiti adulti (macroascaridiosi), invece, provocano nel cucciolo in primis una crescita stentata con scarso aumento ponderale, condizioni scadenti del mantello e possibili crisi epilettiformi per azione sottrattiva di sostanze nutritive (come il glucosio), e poi, per azione meccanica diretta (si rischia persino l'ostruzione intestinale in seguito alla presenza di matasse di questi parassiti) ed irritativa sul tubo gastroenterico scialorrea, vomito e diarrea.
I cuccioli più piccoli manifestano tali forme con la presenza si un tipico addome gonfio e teso.
In questi casi anche i trattamenti antiparassitari non sono scevri da rischi, in quanto la morte di un numero ingente di parassiti, senza che vengano espulsi, determina oltre a blocchi intestinali parziali o totali, un maggior riassorbimento di sostanze istamino-simili ad azione tossica, in conseguenza del disfacimento dei vermi.
Tra le altre possibilità che possono realizzarsi in corso di macroascaridiosi, va presa in considerazione anche la comparsa di un ittero da stasi, per l'incunearsi degli elminti nel coledoco o in seguito ad invaginamento intestinale, per coinvolgimento del tratto di intestino tenue in cui sbocca il condotto.
Nei casi più gravi si può giungere sino alla perforazione intestinale con peritonite fatale!
Nelle infestazioni croniche infine sono di frequente riscontro stati anemici, debolezza, distrofie ossee e dimagramento con appetito conservato o aumentato.
Nei soggetti adulti in genere i sintomi sono più vaghi e comprendono oltre a condizioni generali scadenti, disordini gastroenterici saltuari e di modesta entità: un alvo disordinato con alternanza di feci molli, normali o stipsi e vomito sporadico.

La diagnosi è più facile per le macroascaridiosi, dato che è più probabile che si riesca a trovare all'esame parassitologico delle feci (flottazione) le uova eliminate dalle femmine adulte, visto che ne producono in abbondanza.
A volte però l'assenza di reperto coprologico positivo, non ci permette di fare diagnosi immediata, e allora si consiglia di ripetere a più riprese l'esame, perché potrebbe voler dire che ancora siamo nel periodo di prepatenza (forme adulte che non hanno ancora ultimato la loro fase riproduttiva) oppure in corso di microascaridiosi e dunque dobbiamo dare il tempo alle larve di raggiungere l'intestino e divenire adulte, affinché inizino a produrre uova.
Ma talvolta i parassiti raggiungono lo stomaco e possono essere vomitati, oppure al contrario (soprattutto in caso di infestazioni lievi), l'organismo ospite riesce ad averne la meglio, grazie alla reazione immunitaria (testimoniata tra l'altro da un'elevata eosinofilia), determinandone la morte e dunque ad espellerli all'esterno con le feci: in tali casi l'osservazione diretta degli adulti così eliminati consentirà di effettuare una diagnosi diretta, senza ombra di dubbio.
La terapia prevede l'uso di vari antielmintici, ma tra i principi attivi più efficaci e sicuri, c'è senz'altro il pirantel pamoato, consigliato soprattutto nei cuccioli e nei gattini, specie se affetti da diarrea.
Mentre nelle cagne gravide, per prevenire l'infestazione dei cuccioli, può essere somministrato il fenbendazolo a basso dosaggio, a partire dal 40° giorno di gravidanza sino al 14° giorno dopo il parto. Altro principio attivo efficace è la piperazina (può essere somministrata anche in presenza di gastroenterite o in animali gravidi).
In ogni caso non è mai sufficiente un solo ed unico trattamento, ma è sempre consigliabile ripetere ad intervalli regolari di due o tre settimane, la somministrazione dell'antielmintico, in genere almeno per due-tre volte; questo perché si tratta di sostanze che agiscono soltanto sulle forme adulte presenti nell'intestino al momento della somministrazione, mentre le forme larvali non vengono raggiunte.
La prognosi di guarigione, in conseguenza della corretta somministrazione dell'antielmintico più indicato, in genere è buona, fatta eccezione per le infestazioni massive in soggetti giovani, in cui la crescita è già molto compromessa al momento del trattamento, e che potrebbero di conseguenza non raggiungere mai la loro taglia fisiologica.
Un capitolo importante è quello della profilassi, in quanto stiamo parlando di una parassitosi che interessa anche l'uomo, sebbene accidentalmente.
In medicina umana infatti è da tempo nota e segnalata in ogni parte del mondo, una particolare sindrome morbosa definita da "larva migrans" viscerale, in cui sono cointeressati tutti i visceri e in particolar modo il fegato, i polmoni, gli occhi e l'encefalo.In tali sedi le larve L2, per lo più di T.canis, assunte appunto accidentalmente per via orale con le uova mature disperse nell'ambiente (evenienza più frequente nei bambini), eseguono migrazioni che scatenano processi infiammatori reattivi granulomatosi ad impronta eosinofilica ed istiocitaria.
Anche per questo motivo si raccomanda la rimozione delle feci dai luoghi pubblici e si consigliano altresì accurate disinfestazioni (con ipoclorito di sodio o fenoli) di canili ed allevamenti, al fine di bonificare l'ambiente, distruggendo sistematicamente le uova di tali parassiti; così come si raccomandano sverminazioni frequenti e regolari negli animali che condividono con noi l'ambiente domestico.

domenica 8 febbraio 2009

L'esame coprologico: cos'è e a cosa serve

L'analisi delle feci, più elegantemente noto come esame coprologico, è senz'altro un metodo diagnostico diretto, semplice, alla portata di tutti gli ambulatori veterinari (l'essenziale è un microscopio), poco costoso e utile per individuare e riconoscere gli agenti eziologici di patologie parassitarie del tratto gastroenterico e delle vie respiratorie.
Ricordiamo che le feci, in attesa di essere esaminate, andrebbero refrigerate (non congelate).
Se poi si inviasse per ulteriori analisi il campione fecale ad un laboratorio, sapendo che non verrà esaminato nelle 48h immediatamente successive alla raccolta, esso dovrà essere conservato mediante formalina al 10%, mescolando accuratamente 1 parte di materiale fecale a 9 parti di formalina.
In ogni caso le tecniche più usate per questo tipo di esame comprendono principalmente lo striscio a fresco o diretto, lo striscio colorato, la flottazione fecale e la tecnica di Baermann.
Vediamole nei dettagli e perché e in quali casi preferire l'una o l'altra:
STRISCIO DIRETTO
Questa tecnica è quella preferibile nel caso in cui ci si trovi di fonte a feci liquide o che contengano grosse quantità di muco. In tal caso se ne consiglia appunto l'immediata osservazione al microscopio per individuare la presenza di trofozoiti protozoari (ossia il loro stadio vegetativo), compresi quelli della Giardia spp. (implicata nella diarrea del piccolo intestino) e del Tritrichomonas foetus (causa di diarrea del grosso intestino).
Dal momento che si tratta di individuare organismi mobili, si può potenziare ulteriormente questa caratteristica con l'uso di soluzione fisiologica per stemperare il campione e, prelevata alla periferia una minima quantità di materiale così ottenuto, lo si copre con un vetrino coprioggetto e si osserva il tutto a 100x.
STRISCIO COLORATO
In tutti i cani e i gatti affetti da diarrea si dovrebbe approntare uno striscio di materiale fecale prelevato tramite tampone rettale.
Il vetrino così ottenuto va quindi sottoposto a colorazione (metodi Diff-Quick, Wright o Giemsa) e lasciato essiccare all'aria; solo allora si potrà osservarlo al microscopio per l'individuazione di leucociti, organismi endocellulari (Histoplasma capsulatum, Prototheca), cellule batteriche (Campylobacter spp. o Clostridium perfringens) o ancora (grazie ad altre colorazioni specifiche) protozoi enterici quali Cryptosporidium spp., causa della criptosporidiosi.
Ricordiamo a tal proposito che ogni qualvolta si riscontrasse la presenza di neutrofili nell'esame citologico fecale, è consigliabile eseguire una coprocoltura per la ricerca di Salmonella spp., Campylobacter spp. o Clostridium perfringens o altri enterobatteri patogeni, tra le cause più comuni del processo infiammatorio in atto.
FLOTTAZIONE FECALE
Questa procedura non è altro che una tecnica di arricchimento per concentrazione che migliora la sensibilità di rilevamento grazie all'utilizzo di una soluzione ipertonica (soluzioni di NaCl o di ZnSO4 al 33% o di Sheather) con cui si diluisce il campione di feci, (con o senza centrifugazione) ottenendo, dopo un opportuno intervallo di tempo, il galleggiamento sulla superficie di cisti, oocisti (Toxoplasma, coccidi) e uova di parassiti (platelminti o nematodi) eventualmente presenti, grazie alla differenza di peso specifico.
Il surnatante così ottenuto su cui viene applicato un coprioggetto, si osserva quindi direttamente al microscopio senza bisogno di colorazioni o ulteriori artifizi.
La flottazione costituisce l'esame parassitologico di routine nella pratica clinica quotidiana.
TECNICA DI BAERMANN
Anche questa è una tecnica di arricchimento per concentrazione; ma, a differenza della precedente, mira ad individuare la presenza di larve mobili di nematodi delle vie respiratorie nel materiale fecale, tramite sedimentazione o migrazione.
Inoltre si presenta sicuramente più complessa ed indaginosa: si avvale infatti di un sistema costituito da un imbuto di vetro alla cui estremità viene applicato un tubo flessibile, e di una garza dove viene posto il campione di feci; il tutto poi è accolto in un colino da tè, sospeso sull'imbuto riempito sino all'orlo di acqua.
Prima di leggere al microscopio le prime gocce del materiale così filtrato che si raccolgono all'estremità del tubo (tenuto chiuso per mezzo di una pinza), devono però passare diverse ore (da 6 a 12). Questo perché si deve dar tempo alle eventuali uova di liberare la forma larvale del nematode in causa (Filaroides spp., Paragonimus kellicoti, Angiostrongylus vasorum, Capillaria aerophila, Crenosoma vulpis, ecc.) e di cadere, concentrandosi sul fondo del tubo di raccolta.
La tecnica d'elezione per la diagnosi di infestazioni di nematodi polmonari rimane comunque la valutazione citologica del liquido di lavaggio delle vie aeree, raccolto tramite broncoscopia.

domenica 4 gennaio 2009

Parassitologia: la Toxoplasmosi, questa sconosciuta

Toxoplasma gondii è il nome scientifico del protozoo parassita intracellulare che soltanto a sentirlo nominare evoca il terrore per una patologia, la Toxoplasmosi appunto, attorno alla quale sono fioccate una incredibile miriade di leggende e che spesso porta anche alcuni medici a dare informazioni non proprio del tutto corrette.
Vediamo dunque se è possibile fare un po' di chiarezza sull'argomento.
Sicuramente la realtà è che si tratta di una malattia che virtualmente può interessare tutte le specie a sangue caldo, uomo compreso: stiamo parlando dunque di una classica zoonosi.
La seconda verità indiscutibile è che è il gatto (in quanto ospite definitivo del parassita) a disseminare nell'ambiente, attraverso le feci, le sue oocisti.
Ma adesso vediamo di sfatare alcuni miti che ancora oggi purtroppo mi tocca sentire abbastanza di frequente nell'esercizio della mia professione di veterinario.
Innanzitutto cerchiamo di capire quali sono le tre principali modalità di trasmissione, statisticamente parlando:
1) l'infezione congenita (trasmissione materno-fetale),
2) l'ingestione di cibo o acqua contaminati con le oocisti ed infine
3) l'ingestione di tessuti infetti, appartenenti ad ospiti intermedi (mammiferi o uccelli) parassitati.

Vi sono poi è vero anche altri modi, ma molto meno importanti, come la trasmissione attraverso la lattazione, la trasfusione di sangue o plasma e il trapianto di tessuti od organi.
Esaminando più da vicino la biologia di questo protozoo, possiamo distinguere due cicli vitali che lo contraddistinguono: un ciclo entero-epiteliale (che riguarda soltanto il gatto e i felini in generale) e un ciclo extra-intestinale (che è lo stesso per tutti gli ospiti: uomo, cane e gatto compresi).
Il ciclo vitale completo del parassita si svolge proprio nei nostri felini domestici che sono dunque anche i principali responsabili della diffusione del parassita in quanto ospiti definitivi (ovvero all'interno dei quali il parassita ha una replicazione sessuata) e prevede l'ingestione di prede (di solito roditori o piccoli uccelli) che costituiscono invece degli ospiti intermedi (ovvero a fondo cieco) del parassita.
Nei tessuti di questi ultimi il Toxoplasma infatti vive in una sorta di stadio latente, ovvero incistato in forme dormienti, note col nome di bradizoiti. Questi una volta ingeriti, vengono liberati, durante i processi digestivi, nello stomaco e nell'intestino del gatto e qui penetrano nelle cellule epiteliali del piccolo intestino (intestino tenue), attivandosi e dando luogo a 5 stadi asessuati, equivalenti ai cosiddetti schizonti di altri coccidi (protozoi, parassiti intestinali), finché non giungono a formare i cosiddetti microgamonti (maschili) e macrogamonti (femminili), dalla cui unione si generano le oocisti, ovvero le forme che poi, emesse nell'ambiente esterno con le feci (di solito una sola volta nella vita del gatto e per una durata non superiore ad una settimana), mediante un ulteriore periodo di sviluppo chiamato sporulazione (processo che si compie in 1-5 giorni a temperature e umidità ideali), diventeranno infettanti e pronte a dar luogo ad un nuovo ciclo.
Ricordiamo che le oocisti sono delle vere e proprie forme di resistenza e possono sopravvivere in ambiente esterno per molti mesi, anche in corso di condizioni atmosferiche sfavorevoli.
L'intero ciclo entero-epiteliale può completarsi nell'arco di 3-10 giorni dopo l'ingestione di cisti tissutali, e in 18 o più giorni in caso di ingestione di oocisti.

Lo sviluppo extraintestinale del parassita invece è lo stesso per tutti gli ospiti (compreso il gatto, che in questo caso si comporta come un ospite intermedio, anziché definitivo) ed è indipendente dall'ingestione di oocisti o di cisti tissutali. La differenza consiste nel fatto che gli elementi che si generano in questo ciclo sono tachizoiti, ovvero forme asessuate e meno resistenti dei bradizoiti alla digestione da parte dei succhi gastrici, che attraverso il sangue e la linfa raggiungono vari distretti dell'organismo ospite, e replicando danno luogo ad una reazione da parte dei tessuti dello stesso ospite che tentano di circoscrivere l'infezione incapsulando il parassita.
Le cisti da Toxoplasma che di conseguenza si vengono a formare dalla terza settimana circa dopo l'infezione, prediligono alcuni distretti, quali il sistema nervoso centrale (SNC), i muscoli e diversi altri organi, all'interno dei quali probabilmente persistono per tutta la vita dell'ospite; se poi tale ciclo avviene in una femmina gravida, il parassita può diffondere al feto tramite la circolazione placentare, dando luogo ad aborto o a malformazioni soprattutto a carico del SNC e dell'occhio del nascituro.
Da tutto ciò si deduce che i sintomi e la gravità della malattia clinica dovuta all'infezione da T. gondii dipendono dal grado e dalla localizzazione del danno tissutale.
L'ulteriore problema legato alla presenza delle cisti tissutali, consiste poi nel fatto che queste ultime possono rompersi e i bradizoiti rilasciati dar luogo ad una ricaduta clinica durante immunosoppressione, come in caso di terapie antitumorali o con glucocorticoidi o anche durante altri eventi stressanti per l'organismo (ad esempio appunto, nelle femmine, la gravidanza, l'allattamento o l'estro): malattie concomitanti (Fiv, FeLV, FIP, Cimurro, Leishmaniosi, Erlichiosi, ecc.) e/o immunosoppressione possono dunque rendere l'ospite più esposto al manifestarsi della toxoplasmosi, facendo si che il parassita proliferi come patogeno opportunista.
Vediamo nel dettaglio a questo punto quali sono i quadri sintomatologici di questa parassitosi. Per quanto riguarda il gatto diciamo subito che la sintomatologia può anche essere silente oppure essere caratterizzata, nelle forme acute, da diarrea (durante il ciclo di replicazione entero-epiteliale del parassita) con guarigione spontanea o meno, o infine dar luogo ad interessamento di organi quali polmoni e fegato, e in tal caso avremo anoressia, letargia, vomito, febbre, epatite con ascite e ittero o dispnea da polmonite.
Secondo organo bersaglio di più frequente riscontro in questa specie, soprattutto nelle forme di riattivazione dell'infezione, è il SNC con segni neurologici, atassia, cambiamenti comportamentali, tremori o convulsioni, e l'occhio con forme di uveite ed emorragie retiniche, sino al distacco della retina e conseguente cecità.
Il gatto una volta che ha fatto la malattia, se sopravvive all'infestazione, sviluppa un'immunità rilevabile per mezzo di appositi test ematici tesi all'evidenziazione della presenza di IgM specifiche (tipiche delle fasi iniziali dell'infestazione) la cui durata è però limitata ai primi 3 mesi, e IgG specifiche che compaiono a partire dalla quarta settimana dopo l'infestazione e perduranti in circolo mesi o anni.
Per quanto riguarda il cane i segni clinici più tipici sono quelli dovuti ad encefalomieliti (convulsioni, alterazioni del comportamento, tremori, atassia, paresi, ecc.) e polimiositi (dolore muscolare, zoppie, andature incerte e caratterizzate da rigidità nei movimenti e atrofia muscolare), oltre alla presenza di altri sintomi aspecifici, come anoressia, vomito e diarrea.
La diagnosi si avvale dell'esame emocromocitometrico che di solito mette in evidenza leucocitosi con un aumento discreto degli eosinofili e con neutrofilia e linfocitosi, o al contrario, soprattutto nei gatti colpiti gravemente, leucopenia con linfopenia assoluta e neutropenia, e un'anemia non rigenerativa.
Mentre dal punto di vista biochimico si registra frequentemente
durante la fase acuta della malattia ipoproteinemia e ipoalbuminemia, e poi un aumento degli enzimi che testimoniano il danno muscolare o epatico (CPK, ALP, ALT e AST).
Per quanto riguarda i test specifici diciamo subito che nel gatto la presenza di IgG anti-Toxo indica solo un avvenuto contatto col parassita e non uno stato di malattia attivo. Mentre un aumento di almeno 4 volte delle stesse in due successivi campionamenti o il ritrovamento di elevati livelli di IgM (1:64 o superiori) sono maggiormente indicativi di infezione recente o in atto e quindi anche di una maggiore probabilità di eliminazione di oocisti nell'ambiente da parte del gatto in questione.
In merito alla prognosi diciamo che gli animali adulti e in buone condizioni generali di partenza, una volta colpiti da questa parassitosi di solito hanno buone probabilità di guarigione, a patto che la malattia venga diagnosticata e trattata nelle fasi iniziali e per la durata di 2-3 settimane con la terapia specifica a base di Clindamicina.
Infine, visto che stiamo parlando di una zoonosi, su cui ancor oggi aleggiano parecchi equivoci, va ricordato che coloro i quali si prendono cura del gatto affetto da tale patologia, devono si manipolare con particolare cura i fluidi e le deiezioni; ma non per questo lesinargli le abituali attenzioni quotidiane.
Infatti la cosa importante, soprattutto per le donne incinte, è quella di evitare ogni contatto con i materiali della lettiera e le feci del gatto potenzialmente infetto (perché magari caccia prede vive); ma ancora più importante è che evitino di mangiare carni poco cotte o crude come alcuni insaccati (il Toxoplasma viene inattivato a temperature superiori ai 70°C), verdure crude soprattutto se non accuratamente lavate, e ancora, in caso di contatto con la carne cruda, le mani vanno poi lavate bene con acqua e sapone così come i coltelli e gli utensili che sono venuti in contatto con essa.
E rimanendo in tema di prevenzione, per quanto riguarda il proprio gatto di casa, bisognerebbe tassativamente impedirgli di cacciare prede vive, mangiare carne cruda, frugare tra i rifiuti o nutrirsi di animali morti. Il consiglio quindi è quello di alimentare sempre il proprio animale domestico con prodotti commerciali (cibo inscatolato o croccantini) oppure con cibi cotti a temperature dai 70°C in su.